Taranto, mense scolastiche ferme: 90 lavoratori a casa e 2mila bambini senza pasto

Novanta lavoratori ancora a casa, circa 2mila bambini senza mensa scolastica e famiglie costrette a riorganizzare quotidianamente i propri impegni. Il mancato avvio del servizio di refezione nelle scuole comunali di Taranto non rappresenta soltanto un’emergenza occupazionale, ma sta diventando anche un problema sociale che pesa soprattutto sui genitori che lavorano, in particolare sulle madri.

A denunciare la situazione è Tiziana Ronsisvalle, segretaria provinciale della CGIL di Taranto con delega alle politiche di genere, che richiama l’attenzione sulle conseguenze dei ritardi per i dipendenti della mensa e per le famiglie degli alunni. A quasi un mese dall’inizio dell’anno scolastico, il servizio non è ancora partito, nonostante in 15 scuole tarantine sia formalmente previsto il tempo pieno.

“Il tempo pieno deve aiutare le famiglie”

Per molti genitori, la possibilità di lasciare i figli a scuola anche durante il pranzo è una necessità strettamente legata agli orari di lavoro. La mancata attivazione della refezione costringe invece le famiglie a trovare soluzioni alternative, spesso difficili da conciliare con gli impegni professionali. “Ciò significherebbe nella maggior parte dei casi che le mamme possano ad esempio lavorare senza l’ansia del pasto caldo alle 13 o gli slalom nel traffico per andare a prendere i bambini da scuola, ma a quasi un mese dall’inizio dell’anno scolastico tutto è ancora in alto mare”.

Ronsisvalle sottolinea come il problema incida in modo particolare sulle donne, frequentemente chiamate a sostenere una parte rilevante dell’organizzazione familiare e della cura dei figli.

Novanta addetti senza stipendio

Accanto alle difficoltà delle famiglie c’è la situazione dei 90 operatori della refezione scolastica, ancora inattivi a causa del mancato avvio del servizio. Per questi lavoratori, già interessati da periodi di sospensione durante la chiusura estiva delle scuole, il ritardo significa prolungare ulteriormente l’assenza di retribuzione. “Questa impasse è figlia di una mancata programmazione che tutti gli anni pagano i lavoratori addetti alle mense, lasciati a casa nel periodo di chiusura delle scuole, senza ammortizzatori sociali o sostegni al reddito, e che ogni anno sono costretti ad attendere i tempi della burocrazia. Ma c’è accanto a ciò il danno che si crea alla comunità scolastica e a quelle 2mila famiglie che spesso optano per il tempo pieno per motivi di necessità e organizzazione del lavoro dei genitori e delle mamme in particolare”.

La storia di Lucia, mamma di due gemelli

A raccontare concretamente le conseguenze del mancato funzionamento della mensa è Lucia, una lavoratrice di 40 anni, madre di due gemelli di 10 anni e con un marito spesso impegnato fuori sede. La sua quotidianità è scandita dalla necessità di conciliare il lavoro con gli orari scolastici e le esigenze dei figli, cercando ogni giorno di trovare un equilibrio tra responsabilità professionali e familiari. “La mia giornata di lavoro e di vita è improntata sulla fretta, la precarietà, i tentativi di darsi un’organizzazione che possa contemperare i bisogni di due bambini di 10 anni e quelli di una mamma che lavora per assicurare agli stessi una vita degna. La mensa a scuola non è il capriccio di una donna che non vuole cucinare, è sopravvivenza per una famiglia. Salti mortali che nessuno sembra vedere”. Una testimonianza che porta la questione oltre i numeri e mette in evidenza le difficoltà quotidiane vissute da chi deve lavorare senza poter contare sulla continuità dei servizi scolastici.

“Non è soltanto una vertenza occupazionale”

Per Ronsisvalle, la situazione dimostra quanto il funzionamento dei servizi pubblici sia strettamente collegato alla possibilità delle famiglie di organizzare la propria vita e mantenere gli impegni lavorativi. L’assenza della mensa rischia infatti di penalizzare contemporaneamente gli operatori del settore, i bambini e i genitori, trasformando un ritardo amministrativo in una difficoltà che coinvolge una parte significativa della comunità scolastica tarantina. La CGIL chiede quindi che il problema venga affrontato considerando non soltanto la ripresa dell’attività e la tutela dei 90 addetti, ma anche le necessità delle circa 2mila famiglie che attendono l’attivazione del servizio.