L’oro ha superato il dollaro: il sistema economico globale entra in una nuova fase storica

Il 2 giugno 2026 la Banca Centrale Europea ha comunicato che alla fine del 2025 l’oro rappresentava il 27% delle riserve ufficiali delle banche centrali mondiali rispetto al 22% dei titoli di Stato statunitensi. Nel 2024 il rapporto era rovesciato, infatti l’oro era al 20% e il debito statunitense era al 25%, da oltre 50 anni non si verificava un ribaltamento di tale intensità.

Le riserve dell’oro ufficiali hanno quasi raggiunto la quota di 38.300 tonnellate, livello che si collega ai massimi del 1965, all’epoca ancora in regime di convertibilità aurea ma con una valutazione di mercato diversa che, nonostante le fluttuazioni, ha visto il metallo prezioso stabilizzarsi sopra i 4.600 dollari l’oncia dopo aver toccato punte di 5.600 dollari all’inizio del 2026.

Il livello dei titoli di Stato statunitensi è diminuito di più di 1500 miliardi di dollari negli ultimi tre anni, mostrando come sia in atto una fuga globale verso asset meno rischiosi. Le banche centrali sono compratrici nette di oro da 15 anni a questa parte. Hanno acquistato più di 1000 tonnellate l’anno dal 2022 al 2024, e altre 850 tonnellate nel 2025, un ritmo tale resta storicamente altissimo. La Cina ne ha comprate più di 350 dall’inizio del 2022, dietro Pechino si affollano Polonia, Kazakhstan, Turchia, Brasile e India; tali economie, attraverso il loro denaro pubblico, hanno mandato un messaggio preciso.

La metamorfosi in corso ha delle ragioni profonde che sono radicate nella trasformazione del dollaro da bene rifugio a strumento per imporre sanzioni economiche alle singole nazioni. L’oro che oggi viene custodito nelle banche centrali non può essere congelato, non ha controparte e quindi non dipende da un accordo fissato con qualcuno.

Nel 2022 c’è stato un precedente che ha cambiato completamente il paradigma mondiale, ovvero il congelamento delle riserve russe denominate in euro e dollari. Questo atto fu presentato come un’arma di giustizia e pressione, tuttavia ha rivelato a tutti i tesorieri del pianeta una spiacevole realtà, quello accaduto alla Russia può accadere a qualsiasi altro Stato.

Questo evento ha spinto le potenze emergenti dei Brics, ma anche altre nazioni alleate dell’Occidente come Polonia e India, a considerare il dollaro un asset che può essere neutralizzato dall’azione politica. Da quando le sanzioni contro la Russia e la Cina sono diventate uno strumento geopolitico statunitense, il debito a stelle e strisce ha perso forza poiché molti Paesi hanno cominciato a temere la natura predatoria delle scelte politiche statunitensi. A questo poi si aggiunge che il debito statunitense nel 2026 ha superato i 39000 miliardi di dollari, quindi la percezione dei titoli di Stato nordamericani come bene sicuro si è erosa. Infatti l’aumento dei tassi necessario a finanziare il deficit ha generato enormi perdite in conto capitale per chi deteneva bond a lunga scadenza.

L’economista Michael Hudson da anni dice che gli Stati Uniti hanno trasformato il proprio debito e la propria moneta in strumenti di potere, però ogni strumento usato troppo a lungo come arma finisce per perdere efficacia poiché la coercizione viene spacciata come egemonia. Gli Stati Uniti hanno usato il dollaro per punire le nazioni dissidenti e così il mondo ha costruito delle alternative.

La spesa pubblica statunitense, che comprende anche quella militare, è stata finanziata con il ricorso al debito che è cresciuto fino a non trovare più compratori se non pagando degli interessi ormai pari a 1.200 miliardi di dollari l’anno, una cifra che supera la spesa militare. Questo scenario è diverso dal precedente sorpasso dell’oro avvenuto tra il 1979 e il 1980, quando la preminenza del metallo giallo è stata il risultato di un’impennata inflattiva speculativa e temporanea che si sgonfiò quando i tassi d’interesse furono portati a livelli reali proibitivi.

Oggi invece il sorpasso è dovuto a una manovra economica strutturale in corso da anni la quale, attraverso un accumulo fisico, ha l’obiettivo di costruire un sistema monetario multipolare dove l’oro ha la medesima dignità istituzionale della moneta statunitense. Si sta quindi creando un sistema gold standard senza il dollaro, e per questo motivo gli Stati Uniti sono costretti ad offrire rendimenti sempre più alti per attrarre investimenti privati, dato che le banche centrali estere non fanno più acquisti automatici. La conseguenza è l’aumento di deficit e debito che aggravano la fragilità del sistema fiscale statunitense.

In passato a ogni crisi globale, il mondo correva verso il dollaro, considerato come bene sicuro, oggi accade qualcosa di diverso, nell’ultimo anno il biglietto verde ha perso circa il 10% del suo valore rispetto alle principali valute, con un ulteriore arretramento a gennaio, nonostante un contesto di guerra e di tensione che nei decenni passati lo avrebbe rafforzato. La sua quota nelle riserve valutarie mondiali è scesa intorno al 57%, il minimo da venticinque anni a questa parte, contro il 71% del 1999.

Per l’Europa e il resto del mondo, il primato dell’oro segna la fine dell’era del privilegio del dollaro, portando a una maggiore volatilità valutaria nel futuro prossimo, ma garantendo una base di riserva reale che protegge i bilanci nazionali dalle tempeste del debito sovrano. Il capitalismo finanziario ormai non si basa più sul dollaro bensì sull’oro come avveniva nei sistemi esistenti prima del capitalismo.

Oltre alla rinascita dell’oro il mondo vede l’ascesa di nuove valute che stanno erodendo l’egemonia del sistema tradizionale. Lo yuan cinese, nonostante i controlli dei capitali, si è consolidato come moneta di scambio e di riserva per molte nazioni del gruppo Brics e del Sud globale. Il sistema di pagamenti cinese CIPS, ha movimentato nel 2024 circa 175.000 miliardi di yuan, in crescita del 43% rispetto all’anno precedente. E’ un rivale di SWIFT e l’infrastruttura per un corridoio energetico denominato in yuan è stata costruita negli anni. La guerra di Hormuz l’ha attivata. 

Nel panorama contemporaneo sono emerse valute non tradizionali, come il dollaro australiano, il dollaro canadese e le corone scandinave, che insieme a una selezione di titoli di Stato ad alto rating di Paesi fiscalmente prudenti forniscono alle banche centrali una diversificazione non dipendente dalle dinamiche di scontro tra grandi potenze. La composizione tecnica di queste riserve è ancorata per circa il 60% a titoli di Stato a diversa scadenza.

Il sistema globale si sta muovendo verso una frammentazione dove il potere finanziario non risiede in un’unica capitale ma viene distribuito tra asset reali come l’oro, valute di potenze regionali emergenti e un gruppo di monete tecniche che garantiscono liquidità in un mondo sempre più diretto verso il multipolarismo.

Come sostiene il docente e scrittore Alessandro Volpi, il ritorno dell’oro come pilastro delle strategie monetarie è stato amplificato dai gestori privati, i quali attraverso i fondi indicizzati hanno garantito una domanda costante che ha sostenuto l’apprezzamento del metallo, permettendo alle istituzioni pubbliche di beneficiare di una rivalutazione storica delle proprie giacenze fisiche. BlackRock e gli altri colossi del risparmio agiscono come architetti del nuovo sistema, fornendo la legittimazione finanziaria e gli strumenti tecnici necessari alle banche centrali poiché possano allontanarsi dal dollaro senza rinunciare alla liquidità, trasformando un processo di natura geopolitica in una prassi di gestione del rischio standardizzata a livello globale.

In questi anni si sta vivendo una transizione lenta e silenziosa, l’ordine costruito dopo il 1945 si sta trasformando. Il dollaro perde la sua centralità e di conseguenza gli Stati Uniti diminuiscono la loro egemonia, la Cina guida, anno dopo anno, la costruzione di un sistema economico mondiale multipolare.

Fonte

di Dario Tagliamacco

luogocomune.net

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