di ANTONIO VOX
Le agenzie di rating più influenti al mondo sono tre, dette “Big Three”: Standard & Poor’s (S&P), Moody’s Investors Service e Fitch Ratings.
Che fanno? In sintesi, valutano la affidabilità e credibilità del titolo di Stato dei Paesi; così gli investitori in titoli possano fruire di informazioni utili per rendersi conto del rischio del loro investimento. E’ ovvio che le valutazioni influiscono sulla collocabilità del debito sovrano: più basso è il voto, più difficile sarà vendere i titoli; quindi più alto dovrà essere l’interesse da riconoscere.
Dell’Italia, la valutazione media delle Big Three è una affidabilità e credibilità medio-bassa ma con segnali di stabilità e potenzialità di decisi miglioramenti (outlook positivo).
Delle Big Three, tradizionalmente, Moody’s è l’agenzia di rating più severa nei confronti dell’Italia. La sua scala di rating (investment grade) è da 1 a 10:
1. Aaa (Qualità massima, rischio minimo); 2. Aa1, Aa2, Aa3 (Qualità alta, rischio molto basso); 3. A1, A2, A3 (Qualità buona, ma con possibili rischi futuri); 4. Baa1, Baa2, Baa3 (Qualità media/adeguata; rappresenta la soglia minima dell’ Investment Grade).
L’Italia è nella parte bassa della scala. Nel novembre 2025, il voto è migliorato: da Baa3 a Baa2. L’ultima revisione di Moody’s sull’Italia è stata pubblicata il 25 settembre 2026 ed ha confermato il voto: Baa2.
In queste condizioni di aumento dei prezzi per crisi energetica, di costi indotti per le transizioni di ogni tipo, di erogazioni per guerre sparse, la semplice conferma del voto e la indicazione di outlook stabile, accompagnate da stime per il PIL 2026/2027 e per il deficit, rivalutate a deciso miglioramento, è un successo, soprattutto in confronto con quanto avviene per altri Paesi.
Dice Moody’s: “L’economia italiana si dimostra resiliente di fronte allo shock provocato dall’aumento dei prezzi dell’energia legato al conflitto in Medio Oriente” … il giudizio sull’Italia beneficia delle dimensioni e della diversificazione dell’economia, dell’elevato livello di reddito e della solida base di investitori domestici che contribuisce al finanziamento del debito pubblico. Tra gli elementi positivi c’è l’appartenenza all’Unione europea e all’area euro”.
Ma Moody’s non si ferma qui, né potrebbe. Infatti, aggiunge: “l’elevatissimo indebitamento pubblico dell’Italia limita la flessibilità fiscale …. le prospettive di crescita sono moderate nel medio termine, appesantite da un contesto demografico sfavorevole e da dinamiche di produttività deboli …. ma le condizioni del mercato del lavoro hanno continuato a migliorare, con il tasso di disoccupazione in calo al 6,1% nel 2025 dal 6,6% del 2024, sostenendo i consumi privati e il gettito fiscale”.
Quindi, la crescita frena, l’inflazione aumenta.
Sul fronte delle spese, Moody’s scrive: “la crescita della spesa è stata più forte del dovuto … dovuto principalmente all’impatto transitorio e non strutturale dei pagamenti residui nell’ambito del regime di credito d’imposta superbonus”. Per la cronaca, il Superbonus 110% è costato, come saldo, allo Stato italiano circa € 170-174 mld, secondo le stime più recenti del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), di cui oltre € 132 mld sono detrazioni e sconti fiscali, a fronte di previsioni di spesa totale di circa € 35-36 mld.
Per sintetizzare, sul fronte negativo c’è il rosso del deficit e l’enorme peso del Debito Pubblico che, oggi, vale il 138% del PIL. Il Debito è € 3.080 mld.
Ma questo Debito quanto costa in oneri finanziari? Costa il 4% del PIL, cioè
€ 86 mld all’anno … quasi 3 manovre monstre da € 30 mld.
Ma perché le valutazioni delle Big Three sono così importanti? Lo abbiamo già citato. Sono organizzazioni, indipendenti e autonome, che offrono indicazioni, professionalmente accurate, agli investitori, evidenziando pregi e difetti dei titoli sovrani e schematizzando l’eventuale rischio dell’investimento. Tale rischio è strettamente collegato con il tasso di profitto offerto al momento della sottoscrizione del titolo.
La considerazione è: come una azienda ha la necessità vitale, pena l’immobilismo, di essere affiancata dal sistema bancario perché possa gestire, fluidamente e flessibilmente, le dinamiche del mercato, degli investimenti e della gestione (in questo caso di parla di ”accesso al credito”); così lo Stato ha la necessità di garantirsi un agevole relazione con il sistema finanziario (in questo caso si parla di “collocazione del titolo”). E’ quindi necessario, per entrambi, godere di credibilità nell’assolvimento dei propri impegni.
Ora, che abbiamo a disposizione dati ufficiali verificabili, veniamo al dunque per valutare alcune iniziative governative. Riferendoci alle analisi di Moody’s, possiamo concludere, asetticamente, senza influenze partigiane, che si possa dare un voto positivo a: politiche light di Bilancio, che ha indotto minori spese; a inattese politiche di timbro marcatamente europeista, che ha rafforzato il posizionamento in Europa; alla cancellazione del reddito di cittadinanza in modalità 5S, che ha indotto la crescita della occupazione; alla politica economica dell’emissione di titolo BPT Valore, destinato alle famiglie italiane, che ha permesso internalizzare il Debito Pubblico, oggi è al 14,4%, (€ 442,4 mld su € 3.080 mld) strappandolo a finanziatori esteri.
Tutto ciò ha stabilizzato lo scenario economico italiano.
Rimane il neo del debito dovuto al bonus 110%, economicamente assurdo: dove appare fuori da ogni logica rimborsare 110 a chi ne abbia speso 100.
Si deve puntare, tuttavia, su di una efficace politica per la natalità e per introdurre fattori che consentano un aumento significativo della produttività. E’ necessario un piano di crescita economica che dovrebbe garantire non solo lo sviluppo sociale ma, soprattutto, la diminuzione del Debito Pubblico, vera zavorra del Bilancio italiano. C’è molto da fare ancora nella speranza che le politiche delle guerre e delle transizioni cambino direzione.
