“La perdita di un impianto non può essere paragonata al rischio della perdita di altre vite umane, già da troppo tempo sacrificato sull’altare della produzione”.
È uno dei passaggi della memoria depositata alla Corte di Appello di Milano dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, che rappresentano gli 11 cittadini tarantini, tra cui un bambino di 12 anni, dell’associazione Genitori Tarantini, promotori dell’azione inibitoria contro l’ex Ilva, sfociata nel decreto di luglio dei giudici milanesi che impone la fermata dell’area a caldo entro la fine di ottobre.
La memoria è stata depositata in vista dell’udienza del 30 settembre in cui si discuterà la nuova istanza di sospensiva dello stop degli impianti presentata dai legali dell’ex Ilva.
Sulla vicenda è, inoltre, già fissata in Cassazione, per il prossimo 20 ottobre, la discussione del ricorso contro il provvedimento di luglio. Ai giudici milanesi l’azienda chiede di attendere la decisione della Suprema Corte, sospendendo nel frattempo l’esecutività del provvedimento di stop.
Secondo i legali delle famiglie tarantine, “le motivazioni fornite dalla Corte d’Appello sul punto, in seno al rigetto della prima istanza sospensiva, non possono essere rimesse in discussione”. Nella memoria gli avvocati sostengono che “non sussiste un pregiudizio irreparabile meritevole di tutela o provato, anche perché controparte deve prendersela con sé medesima, per il pregiudizio paventato, cioè con le sue politiche imprenditoriali lungamente omissive, miopi e dilatorie. Esse in funzione pure del tempo trascorso dall’inizio dell’azione inibitoria, rendevano non inatteso l’evento irreparabile lamentato, cioè la irrecuperabilità degli impianti in caso di avvio di spegnimento”.
“Loro non si fermano, noi neppure – dice l’avvocato Amenduni – , loro per le esigenze della produzione e del lavoro, noi per quelle prioritarie della salute umana e dell’ambiente salubre: un dualismo innaturale cavalcato da chi non ha saputo coniugare i due valori mettendoli artificiosamente contro”.
