La benzina a 2,30 euro è lo scontrino della nostra geopolitica

Questa mattina ho guardato il tabellone di un distributore e ho letto una cifra che, purtroppo, rischiamo ormai di considerare quasi normale: 2 euro e 30 al litro.

E puntualmente ricomincia il teatrino delle accise, del Governo, degli speculatori, dei petrolieri, degli extraprofitti, degli sconti e dei bonus. C’è chi propone di togliere dieci centesimi, chi ne vorrebbe togliere venti e chi promette interventi selettivi per i redditi più bassi. Tutto vero, tutto legittimo, ma tutto, sostanzialmente, a valle del problema.

Perché quei 2 euro e 30 non nascono quella mattina al distributore. Prima della pompa ci sono il petrolio e la raffinazione, i trasporti e le rotte commerciali; ci sono Hormuz, Suez e il Mar Rosso; ci sono le guerre e le sanzioni e, soprattutto, ci sono i Paesi dai quali abbiamo deciso che possiamo comprare e quelli dai quali, per ragioni politiche, abbiamo deciso che non possiamo più comprare.

In una parola: prima della benzina c’è la geopolitica. Ed è proprio di geopolitica che in Italia non vogliamo parlare.

LA FAVOLA DEL SINDACO BUONO E DELLO STATO CATTIVO

In questi giorni è diventato nazionale il caso di Valle Castellana, piccolo Comune montano della provincia di Teramo, circa 800 abitanti distribuiti in quasi quaranta frazioni, divenuto improvvisamente famoso per quella che i giornali hanno ribattezzato la “benzina del sindaco”.

La storia vera, però, è molto più interessante della sua rappresentazione mediatica, perché l’iniziativa non nasce affatto con l’attuale caro-carburanti. Risale a diversi anni fa, quando l’unico distributore della zona rischiava di chiudere e il Comune decise di intervenire per evitare che gli abitanti dovessero percorrere oltre venti chilometri soltanto per fare rifornimento. Oggi l’amministrazione acquista il carburante e lo rivende praticamente senza margine commerciale, ottenendo prezzi inferiori anche di 10-20 centesimi rispetto a molti altri distributori.

Bravo, dunque, il sindaco Camillo D’Angelo, e lo dico senza alcuna ironia: ha individuato un problema concreto del proprio territorio e ha trovato una soluzione altrettanto concreta. Se fossi un cittadino di Valle Castellana sarei ben contento di risparmiare sul pieno.

Ma è proprio qui che comincia la mistificazione, perché quella vicenda è stata immediatamente trasformata nell’ennesima parabola della politica italiana: il sindaco buono contro lo Stato cattivo. Il primo conosce i problemi, sta tra la gente, si rimbocca le maniche e trova le soluzioni; dall’altra parte ci sono Roma, il Governo, il Parlamento, Bruxelles, insomma “la politica”, una specie di megadirettore megagalattico che nessuno incontra, nessuno conosce e sul quale è facilissimo scaricare qualsiasi responsabilità.

È una narrazione che ci viene somministrata da anni e che personalmente non ho mai sopportato, anche perché gli amministratori locali non sono necessariamente santi: sono politici esattamente come gli altri e, proprio perché vivono a stretto contatto con il proprio elettorato, possono essere persino maggiormente sottoposti alla tentazione di inseguire il consenso immediato, dando alla gente ciò che chiede oggi anziché ciò di cui avrà bisogno tra vent’anni.

Nel caso di Valle Castellana, lo ripeto, l’iniziativa è intelligente, ma Valle Castellana non ha abbassato il prezzo mondiale del petrolio. Il sindaco non ha scoperto un giacimento sotto il Gran Sasso, non ha abolito le accise, non ha riaperto lo Stretto di Hormuz, non ha reso sicuro il Mar Rosso, non ha negoziato con l’OPEC e tantomeno ha telefonato a Putin per acquistare greggio russo. Ha fatto una cosa molto più semplice: ha praticamente eliminato il profitto sull’ultimo anello della catena.

Tanto di cappello, dunque. Ma uno Stato deve fare un altro mestiere: un Comune può risparmiare venti centesimi sull’ultimo chilometro; uno Stato dovrebbe preoccuparsi delle migliaia di chilometri che vengono prima. Ed è proprio lì che l’Italia ha fallito.

IL PETROLIO NON NASCE DAL DISTRIBUTORE

Mentre scrivo, il Brent viaggia attorno agli 89 dollari al barile. La guerra contro l’Iran ha sconvolto il Golfo e i flussi attraverso Hormuz restano fortemente inferiori alla normalità, mentre prima del conflitto attraverso quello stretto transitava circa il 20% del petrolio mondiale.

Nel corso del 2026 il petrolio ha superato per qualche tempo persino i 120 dollari e il Brent ha viaggiato mediamente quest’anno intorno ai 90, contro circa 70 dollari dell’anno precedente; ancora più pesante è stato l’impatto sui prodotti raffinati, a cominciare dal gasolio. A tutto questo si aggiunge il problema, ormai pluriennale, del Mar Rosso, con le conseguenze facilmente immaginabili per una nazione manifatturiera e commerciale collocata esattamente al centro del Mediterraneo.

E noi continuiamo a discutere delle accise, come se il problema nascesse alla pompa.

UN PAESE SENZA PETROLIO DEVE POSSEDERE RELAZIONI

C’è stato un tempo nel quale l’Italia questa banalità la comprendeva benissimo, e quell’epoca porta inevitabilmente a un nome: Enrico Mattei.

Nel 1957 l’ENI concluse con l’Iran l’accordo NIOC-Agip Mineraria per la produzione e la vendita di petrolio, inaugurando una politica attraverso la quale Mattei dimostrava di aver compreso qualcosa che settant’anni dopo sembriamo avere dimenticato: l’Italia non possiede petrolio e deve quindi possedere relazioni.

Non possiamo comportarci come una grande potenza energeticamente autosufficiente perché semplicemente non lo siamo. Dobbiamo importare e, se dobbiamo farlo, il nostro interesse nazionale dovrebbe essere elementare: avere il maggior numero possibile di interlocutori, ottenere le migliori condizioni possibili, mantenere sicure le rotte e costruire rapporti politici sufficientemente buoni da consentirci di comprare dove conviene comprare.

Non è filorussismo, non è filoiranismo e non è nostalgia di Gheddafi. Si chiama interesse nazionale.

BERLUSCONI AVEVA CAPITO IL RUOLO DELL’ITALIA

Con tutti i suoi limiti, Silvio Berlusconi aveva compreso perfettamente questo meccanismo: l’Italia rimaneva occidentale, saldamente inserita nella NATO e alleata degli Stati Uniti, ma contemporaneamente parlava con Putin e con Gheddafi, manteneva rapporti con Teheran e tentava di trasformare quella rete di relazioni in potere italiano.

Pratica di Mare, il 28 maggio 2002, resta l’immagine simbolicamente più potente di quella politica. Nella base alle porte di Roma, i Paesi NATO e la Federazione Russa inaugurarono il nuovo Consiglio NATO-Russia, concepito come luogo di consultazione, cooperazione, decisione e azione comune su una serie di questioni di sicurezza, tanto che la stessa NATO parlò allora dell’apertura di una “nuova era” nei rapporti con Mosca.

Attenzione, però: non era un’Italia che abbandonava gli Stati Uniti per Putin, bensì esattamente il contrario. Era un’Italia che utilizzava la propria appartenenza all’Occidente per rendersi utile anche nei rapporti con la Russia.

Ed è questa la differenza fondamentale. L’ho scritto tante volte e continuerò a scriverlo: l’Italia non doveva stare con Mosca contro Washington; doveva stare con Washington senza diventare inutile a Mosca. Perché un alleato che sa parlare soltanto con gli altri alleati è uno dei tanti, mentre un alleato che può alzare il telefono e parlare anche con il tuo avversario diventa indispensabile.

POI ABBIAMO DISTRUTTO LA LIBIA

Lo stesso ragionamento vale per la Libia, dalla quale, prima della guerra civile del 2011, proveniva circa un quarto del greggio importato dall’Italia. Con Gheddafi avevamo costruito un rapporto privilegiato fatto di petrolio, gas, ENI, investimenti, controllo dei flussi migratori e cooperazione economica, di cui il Trattato di Bengasi del 2008 rappresentò l’apice.

L’Italia si impegnava a realizzare in Libia infrastrutture per un massimo di 5 miliardi di dollari in vent’anni, mentre l’accordo costruiva un partenariato assai più vasto tra le due sponde del Mediterraneo. Lo stesso Parlamento italiano descriveva allora la Libia come un Paese di importanza crescente per l’Italia proprio per gli investimenti, le forniture di petrolio e gas e il controllo dei flussi migratori.

Poi arrivò il 2011: Gheddafi venne rovesciato, la Libia precipitò nel caos e il rapporto privilegiato dell’Italia venne distrutto. Sapete qual è l’aspetto quasi comico, se non fosse tragico? Dopo tutto questo siamo tornati comunque a comprare massicciamente petrolio dalla Libia.

Perché si possono cambiare i governi, fare le guerre e rovesciare i regimi, ma non si può spostare la geografia. La Libia rimane davanti alle nostre coste e noi continuiamo ad avere bisogno della sua energia.

Allora una domanda, prima o poi, bisognerà pur farsela: dal punto di vista dell’interesse nazionale italiano, che cosa abbiamo guadagnato?

CON LA RUSSIA ABBIAMO RIPETUTO LO STESSO ERRORE

Poi è arrivata l’Ucraina e, ancora una volta, abbiamo confuso l’essere alleati con l’essere allineati.

Durante l’amministrazione Biden, a mio giudizio, l’Italia non avrebbe dovuto assecondare il Presidente americano in tutto e per tutto, tanto da trasformarsi in un falco; e per farlo non sarebbe stato necessario rompere con Washington o con la NATO, né tantomeno “passare armi e bagagli con Putin”. Avremmo dovuto fare qualcosa di assai più intelligente: essere noi la Turchia del Mediterraneo occidentale.

Guardate Ankara: è nella NATO e ha sostenuto l’Ucraina, ma contemporaneamente parla con Mosca, compra dalla Russia, mantiene aperti i canali con l’Iran e con Washington, tratta e media quando ritiene utile farlo. In altre parole, persegue ciò che considera conveniente per la Turchia.

Noi avremmo dovuto fare esattamente questo e, durante l’era Biden, essere il freno, il ponte, la cerniera: il Paese capace di dire all’alleato americano «sono con te, ma conosco Mosca: lasciami parlare».

Se avessimo conservato quel patrimonio diplomatico, oggi, con Donald Trump alla Casa Bianca e gli Stati Uniti nuovamente interessati a trattare con la Russia, saremmo enormemente più utili persino a Washington. Avremmo potuto dire: «Putin ci ascolta. Servitevi di noi».

Questo significa avere peso internazionale, non fare la comparsa nella fotografia di gruppo.

E ORA STIAMO PAGANDO L’IRAN

Lo stesso errore, a mio giudizio, è stato compiuto con l’Iran. L’Italia avrebbe dovuto fare muro contro l’escalation, non perché io abbia improvvisamente scoperto una simpatia per la Repubblica Islamica, ma per una ragione infinitamente più concreta: Israele fa gli interessi di Israele, l’Iran quelli dell’Iran e gli Stati Uniti fanno quelli degli Stati Uniti, avendo scelto, in questa crisi, di partecipare insieme a Israele alla guerra contro Teheran.

E chi fa gli interessi dell’Italia?

Siamo noi a stare nel Mediterraneo, a importare energia e ad avere bisogno che Suez, il Mar Rosso e Hormuz rimangano percorribili. Se una guerra fa saltare contemporaneamente gli equilibri energetici e commerciali delle rotte dalle quali dipendiamo, il nostro interesse è impedirla, limitarla e mediare, utilizzando tutto il peso diplomatico di cui disponiamo.

Non è pacifismo. È geopolitica.

E oggi ne vediamo materialmente il prezzo: a sei mesi dall’inizio della guerra, il traffico attraverso Hormuz rimane una frazione di quello normale nonostante i segnali di ripresa.

E ALLORA TOGLIAMO LE ACCISE?

Benissimo, togliamole. Ma con quali soldi?

Questo è l’altro grande inganno della politica italiana. Per trent’anni abbiamo raccontato al cosiddetto popolino che fosse possibile avere contemporaneamente meno tasse e contributi, più pensioni e sanità, più scuola, bonus, incentivi, agevolazioni e sussidi e, naturalmente, meno accise.

Fantastico. Ma alla fine qualcuno deve pur pagare.

Lo Stato non produce denaro: lo raccoglie attraverso le imposte, lo prende a prestito oppure rinuncia a una spesa. E noi abbiamo già un debito mostruoso, che alla fine del 2025 aveva raggiunto circa 3.096 miliardi di euro, pari al 137,1% del PIL, contro il 134,7% dell’anno precedente; nel 2026 il rapporto è previsto ancora in aumento.

Il debito, dunque, continua a salire e bisogna finalmente affrontare la domanda politicamente più sgradevole: come abbiamo speso i soldi?

Perché indebitarsi non è necessariamente sbagliato. Dipende da ciò che rimane dopo che il debito è stato contratto.

IL PNRR E LA DIFFERENZA TRA SPENDERE E INVESTIRE

Ed eccoci al PNRR, sul quale bisogna ugualmente dirsi la verità. Non è corretto sostenere che tutto il Piano sia debito, perché comprende sovvenzioni e prestiti; tuttavia la componente dei prestiti è gigantesca, 122,6 miliardi di euro, accanto a 71,8 miliardi di sovvenzioni nella configurazione aggiornata.

Soprattutto, quei soldi non erano una valigia consegnata all’Italia dicendoci: «Fatene ciò che ritenete più urgente». Il Piano nasce all’interno delle priorità europee e, nella sua configurazione aggiornata, circa il 39% contribuisce agli obiettivi climatici e il 28% a quelli digitali.

Benissimo. Ma la domanda che pongo è diversa: erano queste, nell’ordine e nelle proporzioni stabilite, le priorità più urgenti dell’Italia?

Avrei voluto vedere una gigantesca operazione nazionale sulla rete idrica di un Paese ricchissimo d’acqua che continua a perderne quantità enormi lungo le condotte; avrei voluto vedere ponti messi in sicurezza, strade rifatte, ferrovie potenziate, porti trasformati nelle grandi porte commerciali del Mediterraneo, aeroporti, reti energetiche, cavi e infrastrutture strategiche, edilizia scolastica e capacità di produzione energetica. In altre parole, interventi destinati a durare cinquanta o cento anni.

Il PNRR finanzia anche infrastrutture, ferrovie, acqua e scuole e negarlo sarebbe falso. La mia contestazione riguarda la gerarchia delle priorità.

Sono un insegnante e ho visto con i miei occhi la corsa delle scuole alla digitalizzazione, con computer, monitor, dispositivi e attrezzature tecnologiche acquistati perché bisognava utilizzare fondi destinati a quello scopo. E allora mi permetto una banalissima domanda: tra dieci anni che cosa resterà?

Un computer diventa obsoleto, mentre un acquedotto continua a portare acqua, una ferrovia a trasportare persone e merci, un ponte a unire territori, un porto a produrre ricchezza, una scuola ricostruita rimane una scuola e una centrale continua a produrre energia.

Se mi indebito per rifare il tetto della mia casa, quando avrò finito di pagare il debito avrò ancora un tetto; se mi indebito per acquistare un computer, quando avrò finito di pagarlo potrei avere un rifiuto elettronico.

Non significa essere contro la tecnologia. Significa conoscere la differenza tra spendere e investire.

IL PROBLEMA È SEMPRE LO STESSO: NON STABILIAMO PIÙ NOI LE PRIORITÀ

Ed ecco perché, a mio avviso, PNRR, accise, Libia, Russia, Iran e Valle Castellana fanno parte dello stesso articolo: apparentemente non c’entrano nulla, ma in realtà raccontano tutti la medesima malattia, vale a dire la progressiva rinuncia dell’Italia a stabilire autonomamente la propria gerarchia degli interessi.

In politica estera seguiamo il blocco e in quella energetica ne subiamo le conseguenze; in politica economica compensiamo con i sussidi, mentre in quella fiscale promettiamo di togliere le tasse. Quando mancano i soldi ci indebitiamo e, quando arrivano fondi straordinari, li spendiamo secondo priorità che non sempre coincidono con le nostre emergenze strutturali.

Alla fine il conto arriva e allora cerchiamo un colpevole: Roma, Bruxelles, il benzinaio, il petroliero, il Governo o il sindaco. Chiunque, purché non si affronti il problema nella sua interezza.

LA POLITICA È UNA COPERTA

Bisognerebbe invece avere il coraggio di spiegare una cosa semplicissima: la politica economica è una coperta e, se la tiri da una parte, inevitabilmente scopri l’altra.

Se lo Stato elimina un’imposta senza ridurre una spesa, deve introdurne un’altra oppure indebitarsi; se riduce i trasferimenti agli enti locali, saranno questi ultimi a cercare nuove entrate attraverso tariffe, tributi, parcheggi, multe o servizi più costosi. Così il cittadino applaude perché lo Stato gli ha tolto cento euro dalla tasca destra e magari non si accorge che gliene stanno togliendo centoventi dalla sinistra.

È esattamente per questo che trovo insopportabile la contrapposizione permanente tra il sindaco santo e lo Stato criminale: sono livelli diversi dello stesso sistema. Valle Castellana può rinunciare al margine del benzinaio; Roma deve occuparsi di ciò che determina il costo prima ancora che la benzina arrivi a Valle Castellana.

L’ITALIA NON DOVEVA CAMBIARE CAMPO. DOVEVA DIVENTARE INDISPENSABILE

Ed è qui che torno alla tesi che sostengo da anni.

Non propongo un’Italia antiamericana, fuori dalla NATO o che sostituisca Washington con Mosca, perché significherebbe semplicemente passare da una dipendenza all’altra. Propongo qualcosa di molto più italiano: la cerniera.

L’Italia doveva essere il Paese occidentale capace di parlare con la Russia, il Paese NATO che manteneva aperto un canale con l’Iran, il Paese europeo con una relazione speciale con la Libia e, contemporaneamente, il Paese mediterraneo abbastanza autorevole da poter dire a Israele: «Fino a qui ti sostengo; oltre questo punto il tuo interesse entra in conflitto con il mio». Allo stesso modo, avrebbe dovuto essere un alleato degli Stati Uniti abbastanza autorevole da poter dire anche no a Washington quando necessario, perché questo fanno gli alleati: discutono. Sono i servi che eseguono.

La Turchia lo ha capito; noi, molto meno.

E questa funzione sarebbe stata utile persino — direi soprattutto — agli Stati Uniti: ieri a Biden, come freno e canale verso Mosca; oggi a Trump, come ponte per ricostruire ciò che Biden aveva distrutto.

MATTEI NON ERA NEUTRALE. ERA ITALIANO

Forse dovremmo allora tornare proprio da dove siamo partiti, cioè da Mattei, che non cercava un’equidistanza morale tra tutti i Paesi del mondo: cercava spazio per l’Italia.

Aveva capito che una nazione povera di materie prime non può permettersi il lusso di trasformare mezzo mondo in nemico e deve quindi commerciare, negoziare, mediare, costruire rapporti e, soprattutto, utilizzare la propria geografia.

La nostra geografia non è quella degli Stati Uniti, della Germania o della Polonia. Siamo una penisola proiettata nel Mediterraneo, e questo significa che il Nord Africa appartiene al nostro spazio geopolitico immediato, i Balcani sono il nostro vicinato, il Levante è davanti a noi, Suez è una delle nostre arterie commerciali, Hormuz una delle arterie della nostra energia e il Mar Rosso la strada attraverso la quale una parte enorme dei commerci raggiunge il Mediterraneo.

Forse dovremmo smetterla, allora, di comportarci come se i nostri interessi strategici fondamentali fossero sempre e comunque quelli stabiliti a migliaia di chilometri da Roma.

ALTRO CHE ACCISE

E dunque torniamo al distributore e a quei due euro e trenta. Possiamo togliere dieci centesimi, magari venti, prorogare uno sconto, inventare un bonus oppure tassare qualcuno per dare qualcosa a qualcun altro e, per qualche settimana, potremo persino raccontarci di avere risolto il problema. Poi finiranno i soldi e saremo nuovamente qui.

Lasciamo allora in pace il sindaco di Valle Castellana, che ha fatto bene il mestiere di sindaco. Il problema è che da troppo tempo lo Stato italiano non fa altrettanto bene il mestiere di Stato.

Perché un Comune può rendere meno costoso un distributore; uno Stato deve rendere meno costoso essere italiani. E per farlo non bastano i bonus: servono energia, infrastrutture, produttività, conti pubblici sostenibili e, soprattutto, una politica estera costruita attorno all’interesse nazionale.

È quindi il momento di domandarci quanto ci sia costato distruggere il rapporto privilegiato con la Libia, quanto ci costi aver quasi cancellato quello con la Russia, quanto abbiamo perso dello spazio economico costruito in Iran, quanto ci costino la guerra intorno a Hormuz e l’insicurezza del Mar Rosso e quanto paghiamo per acquistare altrove ciò che avremmo potuto comprare da interlocutori con i quali avevamo costruito rapporti decennali.

Ma soprattutto dovremmo domandarci: quanto ci costa non essere più indispensabili a nessuno?

Queste sono le domande, non se domani mattina possiamo togliere altri dieci centesimi di accisa.

L’Italia non doveva scegliere tra Oriente e Occidente: doveva diventare indispensabile a entrambi, rimanendo occidentale, atlantica ed europea, certamente, ma innanzitutto italiana.

Non abbiamo petrolio né gas sufficiente, non disponiamo più di una moneta nazionale e abbiamo oltre tremila miliardi di debito: proprio per questo non possiamo permetterci il lusso di una politica estera fatta di appartenenze ideologiche e fedeltà automatiche. Dobbiamo parlare, trattare e, quando è possibile, commerciare con tutti, utilizzando tutto il peso che possediamo per impedire che il Mediterraneo e le regioni immediatamente adiacenti diventino un’unica immensa zona di guerra.

Non è pacifismo. È interesse nazionale.

Il sindaco di Valle Castellana può togliere il margine dal suo distributore e il Governo può eliminare per qualche settimana una parte delle accise, ma nessuno può cancellare con un decreto le conseguenze di venticinque anni di scelte strategiche.

Perché quei 2 euro e 30 che questa mattina ho visto sul tabellone non nascono alla pompa: la pompa è soltanto l’ultimo anello di una catena infinitamente più lunga.

Quello è lo scontrino finale della nostra geopolitica.

Lorenzo Valloreja

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