Qualche tempo fa, proprio sulle colonne del mio giornale, riportai le parole tutt’altro che rassicuranti di Sergej Karaganov, uno dei più conosciuti politologi e strateghi russi, il quale non soltanto sosteneva che fossimo già entrati, di fatto, nella Terza guerra mondiale, ma arrivava apertamente a contemplare il ricorso all’arma nucleare.
Qualcuno avrà probabilmente liquidato quelle dichiarazioni come le intemperanze del solito “falco” russo.
Errore.
Karaganov non è mai stato solo.
Ed è proprio questo uno dei più giganteschi errori di valutazione compiuti dall’Occidente in questi anni: avere costruito l’intera propria rappresentazione della Russia intorno alla figura di Vladimir Putin, dipinto come una sorta di vertice ultimo dell’intransigenza russa, senza comprendere — o forse senza voler comprendere — che all’interno della Federazione esistono da tempo ambienti politici, strategici, intellettuali e mediatici che rimproverano al Presidente esattamente il contrario di ciò che gli rimproveriamo noi: di essere stato troppo prudente, troppo paziente e persino troppo morbido con l’Occidente.
A ricordarcelo, questa volta, è Vladimir Solovjev, probabilmente il più popolare giornalista e conduttore televisivo russo, in una lunga intervista concessa il 17 agosto allo svizzero Roger Köppel.
E Solovjev non lascia molto spazio alle interpretazioni.
Quando gli viene domandato se critichi Putin, risponde: «Continuamente. Ogni singolo giorno», aggiungendo di volere misure molto più drastiche e giudicando il Presidente russo troppo indulgente.
Capito il problema?
Noi continuiamo a domandarci come fermare Putin. Forse sarebbe arrivato il momento di domandarci chi fermerebbe quelli che considerano Putin troppo morbido.
Solovjev non rappresenta naturalmente ogni cittadino russo e lui stesso precisa di non ricoprire incarichi ufficiali nel governo. Ma proprio per questo la sua intervista è, a mio giudizio, persino più interessante.
Perché Karaganov può essere considerato un termometro di una parte del pensiero strategico russo; Solovjev, per la sua enorme popolarità televisiva, lo è di umori e convinzioni che circolano nella Russia molto più larga.
E ciò che emerge dalle sue parole è un sentimento semplicissimo, elementare quasi, e proprio per questo terribilmente difficile da cancellare:
ci siamo fidati di voi, ci avete traditi e adesso non ci fidiamo più.
«NOI SIAMO L’EUROPA, NON VOI»
Attenzione, perché Solovjev non descrive affatto una Russia che avrebbe sempre odiato l’Occidente.
Descrive esattamente il contrario.
Quando Köppel gli ricorda di avere vissuto e insegnato negli Stati Uniti, Solovjev non rinnega quell’esperienza. Sostiene piuttosto che quella fosse un’altra America e, soprattutto, un altro Occidente, governato da personalità di tutt’altra statura rispetto alle attuali.
E qui, con quella delicatezza diplomatica che certamente non costituisce la sua caratteristica principale, arriva sostanzialmente a dire che Kaja Kallas, confrontata con la classe dirigente occidentale di allora, non sarebbe stata buona neppure a vendere hot dog.
Brutale? Certamente.
Ma il concetto che sta dietro la battuta è assai meno banale: non siamo noi russi ad avere abbandonato l’Occidente; siete voi ad essere diventati qualcosa di diverso dall’Occidente che conoscevamo.
Ed ecco allora una delle frasi più significative dell’intera intervista: «Noi siamo l’Europa, non voi.»
Solovjev traccia addirittura una linea ideale che parte da Gerusalemme, passa per Roma e Costantinopoli e arriva alla madre Russia, accusando l’Occidente contemporaneo di avere reciso le proprie radici cristiane, storiche e culturali.
Possiamo naturalmente condividere o meno questa lettura.
Ma sarebbe da irresponsabili non comprendere che è anche così che una parte della Russia guarda oggi noi europei.
E soprattutto che questa convinzione non nasce soltanto dalla guerra iniziata nel 2022. Nella lettura di Solovjev, la guerra ha semplicemente fatto precipitare una crisi di fiducia maturata da molto più tempo.
PERSINO LA SVIZZERA: QUANDO IL NEUTRALE NON È PIÙ CONSIDERATO NEUTRALE
Nella requisitoria di Solovjev non si salva neppure la Svizzera.
E qui bisogna spiegare al lettore perché, altrimenti la sua battuta secondo cui i russi non compreranno più orologi e cioccolata svizzeri potrebbe sembrare una delle tante provocazioni del personaggio.
Non lo è.
Il 28 febbraio 2022, quattro giorni dopo l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, il governo svizzero decise di adottare le sanzioni dell’Unione europea contro Mosca.
Berna continua a sostenere che ciò sia perfettamente compatibile con la propria neutralità, distinguendo il diritto di neutralità militare dalla possibilità di applicare sanzioni economiche. Mosca ha fatto un ragionamento assai più semplice: se aderisci alle sanzioni dei miei avversari contro di me, non sei più neutrale ai miei occhi.
E infatti la Russia ha inserito la Confederazione nell’elenco degli Stati considerati “non amichevoli”, arrivando nel 2022 a respingere anche la possibilità che la Svizzera rappresentasse gli interessi ucraini a Mosca proprio perché non la considerava più neutrale.
La questione, peraltro, è tutt’altro che morta nella stessa Svizzera, dove la neutralità e il rapporto con le sanzioni continuano ad alimentare un vivacissimo dibattito politico.
Ed ecco emergere uno dei problemi fondamentali del rapporto fra Russia e Occidente.
Noi adoriamo i distinguo.
Sanzioniamo una delle parti ma continuiamo a considerarci neutrali. Forniamo armi ma non siamo in guerra. Forniamo tecnologie e informazioni ma non partecipiamo direttamente alle operazioni. Costruiamo le armi che colpiscono il territorio russo, ma siccome il dito che preme il pulsante è ucraino, noi non abbiamo colpito nessuno.
Il russo rappresentato da Solovjev ragiona in maniera molto meno bizantina.
Mi hai sanzionato? Non sei neutrale.
Hai costruito e fornito l’arma che mi colpisce? Stai partecipando alla guerra contro di me.
Possiamo discutere all’infinito sulla correttezza giuridica di questa equazione. Ma se vogliamo comprendere la Russia, prima o poi dovremo almeno prendere atto che è questa la percezione con la quale abbiamo a che fare.
«AVETE PRESO I NOSTRI SOLDI. E ADESSO?»
È quando Solovjev scende dalla geopolitica alla vita quotidiana che, a mio giudizio, l’intervista diventa ancora più interessante.
Fa l’esempio della Mercedes.
La casa tedesca aveva venduto per anni automobili in Russia. Dopo l’inizio della guerra ha lasciato il mercato russo e nel 2023 i concessionari Mercedes-Benz della Federazione sono stati disconnessi dai sistemi software online della casa madre utilizzati anche per diagnosi e assistenza. La vicenda provocò già allora la furibonda reazione pubblica dello stesso Solovjev.
Ora il concetto ritorna.
Avete venduto un prodotto a un cittadino russo, avete preso i suoi soldi e successivamente, per ragioni politiche delle quali quel consumatore non è responsabile, avete interrotto una parte del rapporto tecnologico e commerciale sul quale egli faceva affidamento.
La domanda che ne deriva è elementare:
perché quel russo dovrebbe comprare nuovamente una Mercedes?
Ed è qui che noi occidentali rischiamo ancora una volta di non comprendere la profondità del danno che abbiamo prodotto.
Non stiamo più parlando di una sanzione.
Stiamo parlando di reputazione.
Una sanzione può essere revocata domattina. La reputazione commerciale richiede decenni per essere costruita e pochi mesi per essere distrutta.
Lo stesso vale per la Svizzera: non comprerò più i vostri orologi e la vostra cioccolata, dice in sostanza Solovjev.
Fa sorridere soltanto chi non comprende che dietro quella frase c’è un concetto molto serio: se non mi fido più di te politicamente, perché dovrei continuare a premiarti economicamente?
STARLINK, LE FABBRICHE EUROPEE E I NOSTRI BIZANTINISMI
Lo stesso schema ritorna quando Solovjev parla di Starlink, delle industrie europee che producono armamenti destinati all’Ucraina e della possibilità di utilizzare sistemi occidentali per colpire in profondità il territorio della Federazione.
Ancora una volta, noi opponiamo distinguo.
Starlink appartiene a un’azienda privata. Le armi vengono cedute all’Ucraina. Il bersaglio viene scelto da Kiev. Il soldato che materialmente utilizza il sistema è ucraino.
Quindi noi non combattiamo la Russia.
Il ragionamento russo esposto da Solovjev è infinitamente più brutale: se costruisci l’arma che mi colpisce, la consegni a chi mi combatte e gli fornisci la tecnologia necessaria per utilizzarla, puoi definirti come vuoi, ma ai miei occhi stai partecipando alla guerra contro di me.
È questo forse il vero baratro comunicativo che si è aperto.
Noi occidentali amiamo i distinguo.
I russi, almeno quelli che Solovjev interpreta, sembrano avere smesso di crederci.
E questa è forse una delle cose più pericolose emerse dall’intervista: non ci stanno dicendo soltanto che non condividono le nostre decisioni.
Ci stanno dicendo che non credono più alle nostre spiegazioni.
PERSINO L’ATOMICA DENTRO UNA CORNICE DI REGOLE
Ed eccoci inevitabilmente all’arma nucleare.
Anche qui Solovjev pronuncia parole terribili, arrivando a considerare ormai inevitabile il suo impiego qualora l’Occidente continui a non comprendere le linee rosse russe.
Ma c’è un particolare del suo ragionamento che merita attenzione.
Persino prospettando lo scenario estremo di un attacco nucleare, parla della necessità di avvertire preventivamente le popolazioni civili interessate.
È un dettaglio significativo perché riaffiora, persino nello scenario più terrificante, quella caratteristica che Mosca rivendica costantemente per il proprio agire: muoversi dentro una cornice di regole, avvertimenti, ultimatum e giustificazioni giuridiche, anziché secondo una logica piratesca nella quale tutto è consentito semplicemente perché si possiede la forza per farlo.
Ciò non rende naturalmente meno spaventosa l’ipotesi atomica.
Rende però necessario comprenderne la logica.
Solovjev sostiene infatti che il problema fondamentale sia la convinzione occidentale che Mosca bluffi. Ed è precisamente questa convinzione, secondo lui, a rendere sempre più probabile l’escalation.
Qui ritorna Karaganov.
Perché l’atomica non è più l’idea stravagante di un singolo falco.
All’interno di una parte del dibattito strategico e mediatico russo se ne parla ormai apertamente come di uno strumento estremo al quale ricorrere qualora l’Occidente oltrepassasse definitivamente determinate linee rosse.
E ancora una volta, in mezzo a tutto questo, Putin viene accusato non di essere troppo aggressivo, ma troppo indulgente.
E L’ITALIA? FORSE UNA PORTA È ANCORA SOCCHIUSA
Nel mare di accuse che Solovjev rovescia sull’Occidente c’è però un passaggio che noi italiani dovremmo ascoltare con particolare attenzione.
Il giornalista racconta che colleghi italiani avrebbero voluto intervistarlo, ma che interventi politici e parlamentari avrebbero impedito o ostacolato quelle interviste.
Naturalmente questa è la ricostruzione fornita da Solovjev e come tale va considerata.
Ma ciò che conta qui è il significato politico che egli attribuisce all’episodio.
Non dice: gli italiani non vogliono ascoltarmi.
Dice praticamente il contrario: gli italiani volevano parlare con me, qualcuno glielo ha impedito.
È una distinzione tutt’altro che secondaria.
E permettetemi di coglierla anche nella mia veste di Presidente dell’Associazione degli Italiani Amici della Russia.
Perché tra italiani e russi esistono legami culturali, economici, umani e persino sentimentali infinitamente più antichi della crisi attuale.
Non risulta affatto che il popolo italiano si sia svegliato il 24 febbraio 2022 improvvisamente russofobo.
È stata invece la nostra classe dirigente a effettuare una delle più repentine conversioni della politica estera italiana recente.
Fino alla vigilia dell’operazione speciale abbiamo preso dalla Russia tutto ciò che ci conveniva prendere: energia innanzitutto. Abbiamo venduto ai russi ciò che ci conveniva vendere. Abbiamo cercato investimenti, firmato contratti, stretto mani, organizzato vertici e celebrato l’amicizia italo-russa ogni volta che questa produceva vantaggi.
Poi il vento geopolitico è cambiato.
E abbiamo morso la stessa mano che fino al giorno prima stringevamo sorridenti.
Solovjev sembra però lasciare aperto uno spiraglio: quella mano, nella sua rappresentazione, non l’avrebbero morsa gli italiani, ma una classe dirigente che Mosca considera ormai inaffidabile esattamente come buona parte dell’establishment europeo.
È una distinzione che faremmo bene a non perdere.
QUANDO IL RISENTIMENTO DIVENTA CULTURA
Ed eccoci al vero problema.
Un embargo può essere cancellato.
Una sanzione può essere revocata.
Un gasdotto può essere riaperto.
Un’ambasciata può tornare a funzionare.
Un contratto commerciale può essere nuovamente firmato.
Persino una guerra, prima o poi, finisce.
La fiducia no.
O almeno non necessariamente.
Perché quando milioni di persone cominciano a convincersi che l’altra parte mente, tradisce gli accordi, cambia le regole quando le conviene e utilizza persino i rapporti economici come arma politica, quella convinzione progressivamente smette di essere un’opinione.
Diventa esperienza.
Poi memoria.
Infine cultura.
Ed è allora che il risentimento rischia di trasformarsi in dogma:
dell’Occidente non bisogna fidarsi.
È questo, assai più dei carri armati e forse persino dei missili, il baratro che stiamo scavando tra Europa e Russia.
E qui Solovjev e Karaganov finiscono per rappresentare due aspetti dello stesso fenomeno.
Solovjev ci mostra il terreno umano, culturale e psicologico sul quale può attecchire ciò che Karaganov teorizza sul piano strategico.
L’uno ci racconta una Russia che non si fida più.
L’altro ci avverte delle conseguenze alle quali potrebbe portare uno scontro nel quale persino l’arma atomica smette di rappresentare un tabù assoluto.
E in mezzo rimane Vladimir Putin.
Quello stesso Putin che in Occidente continuiamo a rappresentare come il massimo possibile dell’aggressività russa e che Solovjev, invece, rimprovera perché sarebbe stato troppo indulgente.
Forse sarebbe arrivato il momento di rifletterci prima di continuare ad alzare la posta nella convinzione che Mosca arretrerà sempre di un altro passo.
Perché alla fine dell’intervista Solovjev pronuncia una frase terribile, ma che fotografa meglio di cento trattati geopolitici quanto sia cambiato il rapporto psicologico della Russia con l’Occidente: «Prima volevamo essere amati. Adesso non vogliamo più che ci amiate. Vogliamo la vostra paura.»
Ecco il vero fallimento.
Per trent’anni abbiamo avuto davanti una Russia che, dopo la fine dell’Unione Sovietica, cercava in mille modi un rapporto con l’Occidente. Oggi abbiamo davanti una parte crescente del mondo russo convinta che di quell’Occidente non ci si possa più fidare.
Non so quanto tempo occorrerà per ricucire ciò che abbiamo strappato.
So però che continuare a scambiare la pazienza russa per debolezza e Putin per il più duro degli uomini di Mosca potrebbe essere il più tragico dei nostri errori.
Perché Karaganov non è mai stato solo.
E Solovjev, il 17 agosto, ce lo ha ricordato nel modo più brutale possibile.
Lorenzo Valloreja
