Premesso che considero gli incendi dolosi dei boschi tra i crimini più odiosi che l’uomo possa commettere — persino peggiori, per certi versi, di un omicidio — perché l’assassino colpisce una o più persone, mentre il piromane aggredisce indirettamente un’intera collettività, distruggendo selve che assorbono anidride carbonica, contribuiscono alla qualità dell’aria, trattengono acqua e terreno, custodiscono biodiversità e svolgono un ruolo fondamentale nella regolazione del microclima.
Le conseguenze di un incendio possono protrarsi per decenni e ricadere sulla salute e sulla sicurezza di persone che il piromane non conoscerà mai. Un crimine talmente grave da meritare, secondo il mio personale metro di giudizio, persino la pena capitale.
Trovo perciò paradossale che una società capace di disporre di satelliti, droni, termocamere, sistemi di sorveglianza e telecamere mimetizzate non riesca ancora a individuare sistematicamente questi criminali con l’acciarino in mano e ad assicurarli alla giustizia.
Possiamo osservare dall’alto quasi ogni metro del territorio, individuare un incendio quando è ormai divampato, seguirne l’evoluzione attraverso satelliti e droni e prevedere persino la direzione nella quale potrebbero propagarsi le fiamme; eppure troppo spesso non riusciamo a mettere le mani su colui che quel fuoco lo ha acceso.
Ed è proprio questa apparente contraddizione che meriterebbe di essere indagata molto più seriamente, cominciando innanzitutto dai moventi.
Possono essere culturali: pastori o contadini che ricorrono illegalmente al fuoco perché convinti che sia il sistema più semplice per ripulire terreni e pascoli.
Possono essere economici: interessi personali o professionali che prosperano attorno alle emergenze e alla macchina che necessariamente si mette in moto quando migliaia di ettari cominciano a bruciare.
Possono essere psicologici: autentici piromani, soggetti patologicamente attratti dal fuoco e dalla distruzione che esso produce.
Possono essere politici, nel significato più ampio della parola: intimidazione, protesta, sabotaggio, ribellione, fino all’ecoterrorismo.
Ma potrebbe esistere anche un quinto movente, del quale quasi nessuno parla e che, proprio per questo, ritengo meriterebbe maggiore attenzione: quello religioso, esoterico, rituale e, in alcuni casi, satanico.
Ed è precisamente a quest’ultima possibilità — normalmente ignorata o relegata nel grande contenitore delle superstizioni — che, a mio avviso, bisognerebbe guardare osservando anche alcuni degli avvenimenti verificatisi a cavallo del Ferragosto 2026.
Ma andiamo per ordine.
Per comprendere come sia arrivato a questa considerazione bisogna partire da alcuni avvenimenti apparentemente lontanissimi fra loro, ma accomunati da una straordinaria forza simbolica.
Il primo avviene a Medjugorje, in Bosnia-Erzegovina, nella notte fra il 27 e il 28 luglio 2026.
Uno dei luoghi mariani più conosciuti al mondo viene profanato: la statua della Madonna sul Podbrdo viene imbrattata di nero, compaiono scritte come “Devil in a skirt” ed “Evil”, mentre viene appiccato il fuoco all’altare esterno della chiesa di San Giacomo.
Per questi fatti viene arrestato un cittadino polacco, già fedele della Madonna di Medjugorje e divenuto noto negli anni precedenti per avere compiuto un pellegrinaggio a piedi dalla Polonia fino al Podbrdo.
Ed è proprio la sua nazionalità, insieme alla sua precedente devozione, a rendere ai miei occhi ancora più significativo ciò che accade.
Perché quell’uomo poteva ben sapere che appena tre settimane più tardi, proprio nella sua Polonia, sarebbe avvenuto un evento mariano di enorme portata simbolica.
Il 15 agosto 2026, giorno nel quale la Chiesa cattolica celebra l’Assunzione di Maria, a Konotopie, in Polonia, viene infatti consacrata la più alta statua mariana d’Europa: un monumento che supera complessivamente i cinquantacinque metri fra statua e basamento.
Da una parte, dunque, una gigantesca Madonna che viene innalzata verso il cielo; dall’altra, poche settimane prima, un polacco che raggiunge uno dei maggiori luoghi della devozione mariana europea, annerisce la Vergine, la associa esplicitamente al demonio e al Male e consegna alle fiamme un suo luogo di culto.
Io vi leggo una sorta di contrappasso simbolico rovesciato.
Alla consacrazione si contrappone la profanazione; all’innalzamento l’oltraggio; alla Madonna il demonio; al sacro il fuoco.
Una coincidenza? Certo che no, almeno secondo me.
E soprattutto non considero una coincidenza ciò che avviene proprio il 15 agosto, mentre in Polonia viene consacrata quella gigantesca immagine della Vergine.
A più di mille chilometri di distanza, a Panza, nel comune di Forio d’Ischia, qualcuno raggiunge la Madonnina della Pelara e le taglia la testa.
Non un giorno qualsiasi.
Il giorno dell’Assunzione di Maria.
E non una Madonna scelta per la prima volta.
Quella piccola statua era già stata oggetto di precedenti atti vandalici: una prima volta nel 2023, quando scomparve; nuovamente nel maggio del 2025; infine il 15 agosto 2026, quando qualcuno compì il gesto molto più esplicito e violento di decapitarla.
Anche qui le date hanno un proprio linguaggio simbolico.
Febbraio contiene due ricorrenze profondamente inserite nell’immaginario mariano cristiano: la Candelora, il 2 febbraio, e soprattutto la Madonna di Lourdes, celebrata l’11 febbraio in ricordo della prima apparizione a Bernadette Soubirous.
Maggio, poi, non necessita quasi di spiegazioni: nella tradizione cattolica è per eccellenza il mese della Madonna.
E infine agosto: non genericamente agosto, ma proprio il 15 agosto, l’Assunzione.
Tre aggressioni alla medesima immagine, tre momenti inseriti in periodi fortemente legati alla simbologia mariana, fino alla decapitazione nel giorno mariano per eccellenza dell’estate cristiana.
Ma anche il luogo nel quale tutto questo accade merita attenzione.
Forio non è un territorio religiosamente anonimo. Possiede una fortissima tradizione mariana: vi sorge la celebre chiesa di Santa Maria del Soccorso e nel bosco di Zaro si trova un luogo divenuto meta di devozione in relazione alle presunte apparizioni mariane iniziate negli anni Novanta.
E la Pelara è una montagna.
Questo particolare, apparentemente geografico, è invece fondamentale.
LA MONTAGNA COME TEMPIO
La montagna rappresenta praticamente dall’alba delle civiltà uno dei luoghi privilegiati dell’incontro fra l’uomo e il divino.
È semplice comprenderne persino la ragione antropologica: l’uomo sale, abbandona progressivamente il mondo abitato, guarda dall’alto la terra dalla quale proviene e contemporaneamente si avvicina al cielo.
Mosè incontra Dio sul Sinai; Elia sull’Oreb; il monte Sion assume una centralità straordinaria nella tradizione biblica; Cristo si trasfigura su un monte.
Ma il simbolo precede e supera il cristianesimo.
L’Olimpo era la dimora degli dèi greci; il Kailash è sacro a diverse religioni asiatiche; il Fuji possiede da secoli un profondo significato spirituale.
Cambiano gli dèi, cambiano le religioni, cambia la geografia. Rimane la stessa direzione:
terra → montagna → cielo → divino.
Non è casuale che proprio sulle montagne l’uomo abbia costruito eremi, santuari, cappelle, croci e immagini sacre.
La montagna diventa così una sorta di tempio naturale.
E se accettiamo questa antichissima simbologia, allora possiamo anche provare a rovesciarla: che cosa significa distruggere deliberatamente una montagna attraverso il fuoco?
Ed eccoci al secondo elemento.
IL FUOCO
Anche il fuoco possiede una natura simbolica antichissima e ambivalente.
È vita, perché riscalda.
È luce, perché sconfigge le tenebre.
È purificazione.
Ma è contemporaneamente distruzione.
E nell’immaginario cristiano occidentale diviene inevitabilmente anche fuoco infernale.
Se dunque la montagna rappresenta simbolicamente l’elevazione verso il divino e il bosco rappresenta vita, acqua, fertilità, ombra e protezione, bruciare deliberatamente una montagna può assumere, nella mente di chi attribuisca al gesto un significato rituale, la valenza di bruciare una chiesa senza mura.
Una profanazione della natura attraverso il fuoco.
Ed è qui che dobbiamo tornare per un momento all’Apocalisse.
L’APOCALISSE È UNA SOLA
Nel mio precedente editoriale sul millenarismo avevo ricordato come l’uomo sia da sempre convinto di appartenere proprio alla generazione destinata ad assistere alla fine del mondo.
Terremoti, vulcani, guerre, pestilenze, comete, eclissi e congiunzioni planetarie sono stati continuamente interpretati come segnali dell’approssimarsi della fine.
E nel 2026 tutto questo è tornato prepotentemente di moda.
Terremoti lungo la Cintura di Fuoco del Pacifico, attività dei Campi Flegrei, eruzioni dell’Etna e dello Stromboli, incendi, eclissi, attività solare, allineamenti planetari: basta trascorrere qualche minuto sui social per incontrare profezie, veggenti e interpreti dell’Apocalisse.
Ma bisogna comprendere un particolare fondamentale.
L’Apocalisse non è soltanto il racconto del trionfo del Bene. È anche il racconto del momento nel quale il Male sembra trionfare.
Chi abbia letto l’Apocalisse di Giovanni conosce la potenza delle sue immagini: il Drago, le Bestie, guerra, persecuzione, morte, distruzione.
Il Male sembra dilagare.
Sembra conquistare tutto.
Arriva quasi alla vittoria.
Ma non vince.
È proprio nel momento del suo massimo dispiegamento che interviene il trionfo definitivo di Cristo.
Ed ecco allora la domanda che considero fondamentale: se oggi esistono cristiani convinti che terremoti, guerre, eclissi e vulcani annuncino gli ultimi tempi, perché dovremmo immaginare che soltanto i cristiani possano leggere questi fenomeni attraverso una lente apocalittica?
Chi si identifica invece simbolicamente con Satana potrebbe leggere gli stessi avvenimenti dalla parte opposta.
Non un’altra Apocalisse.
La stessa Apocalisse.
Soltanto vista dall’altra parte della barricata.
Se questo fosse percepito come il tempo nel quale il Male ha temporaneamente campo libero, allora distruzione, caos, fuoco e profanazione potrebbero non rappresentare qualcosa da temere, bensì qualcosa da assecondare simbolicamente.
E a quel punto Medjugorje ritorna davanti ai nostri occhi.
Non dobbiamo neppure interpretarne liberamente il linguaggio: abbiamo una Madonna annerita, la parola “Devil”, la parola “Evil” e il fuoco.
Madonna.
Demonio.
Male.
Fuoco.
Tutto nello stesso episodio.
IL SATANISMO NON È SCOMPARSO
Qui interviene, a mio avviso, uno dei grandi paradossi della società contemporanea.
Abbiamo deciso culturalmente che il satanismo appartenga al Medioevo, alle superstizioni, ai film dell’orrore o alle fantasie di qualche invasato.
Ma i satanisti esistono.
Esistono organizzazioni che apertamente si definiscono sataniste; esistono culti, gruppi esoterici e correnti diversissime fra loro; negli Stati Uniti organizzazioni sataniste hanno combattuto persino per poter esporre pubblicamente i propri simboli e la celebre figura di Baphomet è entrata nelle controversie americane sulla presenza dei simboli religiosi negli spazi pubblici.
Il satanismo è entrato persino nel linguaggio politico internazionale.
Vladimir Putin ha accusato pubblicamente l’Occidente di «satanismo», inserendo lo scontro geopolitico all’interno di una concezione che nella Russia contemporanea possiede anche una fortissima dimensione spirituale.
Negli Stati Uniti, analogamente, settori del mondo conservatore e MAGA utilizzano frequentemente categorie religiose per interpretare lo scontro politico e culturale.
Si può condividere o considerare delirante tutto questo. È un’altra questione.
Quello che non possiamo fare è sostenere contemporaneamente che il satanismo esista pubblicamente come fenomeno culturale e religioso e che sia inconcepibile che qualcuno possa agire concretamente secondo quelle convinzioni.
E arrivo a un punto ancora più scomodo.
E LE ISTITUZIONI?
Le istituzioni non sono organismi provenienti da un altro pianeta.
Sono composte dagli stessi uomini che formano la società.
In Parlamento, nei ministeri, nelle amministrazioni, nelle università, nell’esercito, nella magistratura, nelle forze dell’ordine troviamo inevitabilmente le convinzioni, le appartenenze, le debolezze, i vizi e le virtù presenti nella società che quelle istituzioni esprime.
È sempre accaduto.
La storia della massoneria dimostra quanto associazioni riservate o iniziatiche abbiano saputo penetrare le classi dirigenti, la politica e gli apparati statali. In Italia abbiamo avuto persino il caso della P2, per il quale non occorre formulare teorie: esistono documenti, elenchi, inchieste e una storia politica ben conosciuta.
Persino la Chiesa cattolica, che considera incompatibile l’appartenenza massonica con la propria dottrina, è stata attraversata nel corso della propria storia da accuse e controversie riguardanti ecclesiastici sospettati di appartenere alla massoneria.
Per quale ragione, allora, dovrei credere che il satanismo costituisca l’unica cultura o appartenenza esistente nella società capace di fermarsi miracolosamente davanti alla porta delle istituzioni?
Io non lo credo affatto.
Ritengo invece che, esattamente come massoni, atei, cattolici, protestanti, musulmani, comunisti, fascisti e appartenenti alle più diverse culture e convinzioni possono trovarsi nelle istituzioni, così possano trovarvisi anche persone appartenenti o vicine a concezioni sataniste, occultistiche o esoteriche.
Questo non significa affermare che esista un fantomatico “governo satanista”, né attribuire tale appartenenza a questo o quel ministro, magistrato o funzionario.
Significa una cosa molto più semplice: il potere è parte della società e non può essere considerato antropologicamente impermeabile a ciò che nella società esiste.
Ed è proprio per questo che considero ancora più grave che la pista rituale venga troppo spesso trattata come qualcosa che neppure meriti di essere contemplato.
TRE VOLTE LA STESSA MADONNA
Torniamo allora a Ischia.
C’è un altro elemento che mi ha particolarmente colpito.
La Madonnina della Pelara viene colpita una prima volta nel 2023, nuovamente nel maggio 2025 e infine decapitata il 15 agosto 2026.
E negli stessi periodi la terra del golfo di Napoli continua a muoversi.
Ischia è un’isola di origine vulcanica. Non coincide geologicamente con la caldera dei Campi Flegrei, ma appartiene al grande contesto vulcanico campano.
Nel febbraio 2023, mentre il bradisismo flegreo era già pienamente in corso, centinaia di piccoli terremoti interessavano l’area.
Nel maggio 2025, mese della seconda profanazione, ai Campi Flegrei si verificò uno degli sciami più significativi di quella fase, con una scossa di magnitudo superiore a 4.
E arriviamo al 2026.
Il 31 luglio, appena quindici giorni prima della decapitazione della Pelara, una nuova forte scossa interessa l’area flegrea.
Poi arriva il 15 agosto.
Assunzione di Maria.
La gigantesca Madonna viene consacrata in Polonia.
La piccola Madonna della Pelara viene decapitata a Ischia.
E tutto questo avviene poche settimane dopo la profanazione di Medjugorje nella quale erano comparsi insieme Madonna, demonio e fuoco.
Io non sto sostenendo, evidentemente, che qualcuno provochi i terremoti.
Sto sostenendo qualcosa di assai diverso: chi possiede una visione apocalittica o satanica della realtà può attribuire ai terremoti e ai vulcani un significato simbolico e comportarsi conseguentemente a quella propria interpretazione.
Esattamente come un millenarista cristiano può vedere in un terremoto un segno dell’approssimarsi dell’Apocalisse, qualcuno collocato dall’altra parte può interpretare quella medesima scossa come il segnale del tempo della distruzione.
Ed eccoci nuovamente al fuoco.
LE MONTAGNE CHE BRUCIANO
A cavallo dello stesso Ferragosto nel quale avvengono questi episodi, l’Italia viene devastata dagli incendi.
Nell’Aquilano le fiamme interessano per giorni un vastissimo territorio montano tra Lucoli, Roio e Bagno.
E poco dopo, nel vicino Coppito, un’altra immagine della Madonna viene trovata decapitata.
Ancora una volta:
montagna.
Fuoco.
Madonna.
Decapitazione.
Presi singolarmente sono episodi ai quali possiamo attribuire spiegazioni completamente differenti.
Ma io faccio un altro mestiere.
Non sono un magistrato e non sono un investigatore. Sono un uomo che osserva gli avvenimenti, li mette in relazione e cerca di comprenderne anche il significato culturale e simbolico.
Ed è proprio mettendoli uno accanto all’altro che nasce la domanda che costituisce il cuore di questo editoriale.
Siamo veramente sicuri di conoscere tutti i moventi di chi incendia deliberatamente le nostre montagne?
Possibile che dietro ogni incendio ci sia soltanto il pastore, l’agricoltore, il folle, il vendicatore o l’interesse economico?
Possibile che in una società nella quale esistono ancora culti esoterici, occultismo, satanismo e interpretazioni apocalittiche della realtà non esista neppure un piromane che attribuisca al proprio gesto un significato rituale?
Io non ci credo.
E credo soprattutto che questa possibilità meriti di essere presa molto più seriamente dalle autorità investigative.
Non sto sostenendo che tutti gli incendi siano satanici.
Sarebbe una sciocchezza.
Sto sostenendo esattamente il contrario: gli incendi dolosi possono avere moventi differenti e non comprendo perché fra questi siamo disposti a contemplare tutto tranne quello rituale e religioso.
Perché se un uomo può incendiare un bosco per denaro, perché non potrebbe incendiarlo per il proprio dio?
Se può farlo per vendetta, perché non potrebbe farlo per Satana?
Se può imbrattare una Madonna scrivendovi “Devil” ed “Evil” e contemporaneamente appiccare il fuoco a un altare, perché dobbiamo considerare inconcepibile che qualcun altro possa utilizzare il medesimo elemento — il fuoco — contro quello che considera un altro spazio sacro?
La montagna.
IL MALE AMA NON ESSERE RICONOSCIUTO
Forse è proprio questo il problema.
L’uomo contemporaneo ritiene di essere diventato troppo intelligente per credere ancora al Male.
Lo ha trasformato in patologia, sociologia, disagio economico, devianza, marginalità.
Tutto deve avere una spiegazione razionale secondo le categorie attraverso le quali abbiamo deciso di interpretare il mondo.
Ma se esistono uomini che credono in Satana, per comprendere le loro azioni non interessa stabilire se Satana esista: interessa stabilire se ci credano loro.
È una differenza enorme.
Un terrorista può uccidere in nome di un’idea che noi consideriamo assurda. Quell’idea non deve essere vera per produrre conseguenze reali.
Allo stesso modo un uomo convinto di partecipare simbolicamente allo scontro apocalittico fra Bene e Male non ha bisogno che l’Apocalisse stia realmente cominciando.
Gli basta crederlo.
Ed è questo che dovrebbero cercare anche gli investigatori.
Quando una montagna brucia, non fermiamoci a cercare soltanto l’acciarino.
Cerchiamo anche la mano che lo ha acceso, la mente che ha comandato quella mano e l’idea che abitava quella mente.
Perché forse dietro cento incendi troveremo cento moventi banali.
Forse dietro mille incendi non troveremo neppure un rito.
Ma se anche una sola montagna fosse stata incendiata da qualcuno convinto di celebrare attraverso quelle fiamme la distruzione della natura, la profanazione del sacro o il temporaneo trionfo del Male, avremmo ignorato una pista semplicemente perché la nostra cultura ci aveva insegnato a considerarla ridicola.
E questo, nell’epoca dei satelliti, dei droni, dell’intelligenza artificiale e delle telecamere capaci di riconoscere un volto, sarebbe un paradosso straordinario:
avremmo costruito strumenti capaci di vedere quasi tutto, ma avremmo deciso in anticipo che alcune cose non possono esistere.
E ciò che abbiamo deciso di non vedere è, inevitabilmente, ciò che non cercheremo mai.
Lorenzo Valloreja
