Taranto non deve chiedere scusa per il proprio dissenso. È il Governo che deve risposte alla città «Troviamo francamente surreali le parole della sindaca di Lecce Adriana Poli Bortone, che ha definito i fischi rivolti alla Presidente del Consiglio durante l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo un episodio di “ingratitudine”, arrivando a sostenere che Taranto dovrebbe chiedere scusa ed essere grata nei confronti di Giorgia Meloni.
Taranto non deve chiedere scusa a nessuno», dichiara Enrico Bove, segretario dei Giovani Democratici di Lecce. Innanzitutto perché è piuttosto evidente che quella contestazione non fosse nel merito dei Giochi del Mediterraneo, né tantomeno agli investimenti realizzati per ospitarli.
Quei fischi erano rivolti alla Presidente del Consiglio e arrivavano da una città attraversata da mesi da una delle vertenze industriali, occupazionali e ambientali più drammatiche del Paese. Solo poche settimane fa i lavoratori dell’ex Ilva hanno scioperato per otto ore chiedendo certezze sul futuro dello stabilimento, sulla tutela dell’occupazione, dell’ambiente e della salute. Le imprese dell’indotto hanno denunciato il rischio di una crisi occupazionale senza precedenti e si sono preparate persino all’ipotesi di licenziamenti collettivi. «Appare ancora più singolare che Poli Bortone senta il bisogno di rimproverare i tarantini quando la stessa Giorgia Meloni ha dichiarato di comprendere le ragioni del dissenso della città, riconoscendo implicitamente che quei fischi non riguardavano certo una manifestazione sportiva, ma una ferita politica e sociale ancora aperta. Prima di domandare gratitudine a Taranto bisognerebbe chiedersi quante risposte Taranto stia ancora aspettando dalle istituzioni», prosegue Bove. Ma c’è soprattutto un principio nelle parole della sindaca che non possiamo condividere, cioè l’idea che una comunità debba mostrarsi riconoscente nei confronti del Governo perché sul suo territorio sono state investite risorse pubbliche. «I soldi dello Stato non sono i soldi di Giorgia Meloni, sono risorse della collettività.
Investire centinaia di milioni di euro in una città del Mezzogiorno non è una concessione della Presidente del Consiglio, né un favore per il quale i cittadini debbano ricambiare con applausi e silenzio. È compito delle istituzioni utilizzare le risorse pubbliche per ridurre i divari territoriali, costruire infrastrutture e garantire opportunità. Gli investimenti pubblici non si fanno per comprare consenso. E soprattutto non sospendono il diritto dei cittadini al dissenso», sottolinea il segretario dei GD Lecce. Comunicato stampa Giovani Democratici di Lecce Un principio che vale ancora di più nel Mezzogiorno, nel quale, al di là delle inaugurazioni e delle grandi manifestazioni, permangono netti divari rispetto alle regioni settentrionali. Nel 2025 il 38,4% della popolazione meridionale era a rischio di povertà o esclusione sociale, contro il 13,1% del Nord.
E se nel 2026 il Sud sta crescendo leggermente più del Centro-Nord, SVIMEZ spiega che ciò avviene soprattutto grazie alla spinta straordinaria degli investimenti del PNRR e prevede già per il 2027 una nuova inversione, con il Mezzogiorno nuovamente più lento. Persino sull’attuazione del PNRR rimane un divario: secondo SVIMEZ, a febbraio 2026 la spesa rendicontata aveva raggiunto il 52,7% nel Centro-Nord e appena il 39,5% nel Mezzogiorno, con una distanza ancora maggiore per gli investimenti in opere pubbliche. «È questo il punto politico che dovrebbe interrogarci: il Sud non può essere utile quando deve fare da cornice alle inaugurazioni e tornare a essere periferia quando si spengono i riflettori.
Non abbiamo bisogno di ringraziare ed essere grati per le risorse che ci spettano, né di fare la corte a chi temporaneamente governa il Paese per aver fatto il proprio dovere. Abbiamo bisogno che quelle risorse diventino lavoro, servizi, infrastrutture, diritti e possibilità concreta per i giovani di costruire qui il proprio futuro». E abbiamo soprattutto bisogno di una politica capace di accettare il dissenso senza considerarlo un affronto personale. «Fischiare una Presidente del Consiglio, senza violenza e senza impedire lo svolgimento di una manifestazione, è una forma di contestazione politica.
Si può condividerla o meno, considerarla opportuna o inopportuna. Ma pretendere le scuse di un’intera città significa confondere il rispetto dovuto alle istituzioni con l’ossequio dovuto a chi le rappresenta. Sono due cose profondamente diverse». «Taranto non deve chiedere scusa per aver contestato il Governo. È il Governo che deve ancora dare risposte a Taranto. Quando una città fischia chi governa, la politica dovrebbe prima chiedersi perché, invece di pretendere gratitudine», conclude Bove.
