La cucina italiana è patrimonio culturale immateriale dell’Unesco

 La cucina italiana è patrimonio dell’UNESCO ormai da mesi e ne siamo orgogliosi. Come fa il cibo ad essere “patrimonio culturale” dell’Umanità? Ce lo spiega il Ministro che nel comunicato con il quale annuncia tale avvenuto riconoscimento (masaf.gov.it/cucina-italiana-patrimonio-unesco) dice tra l’altro: “ non riguarda un singolo piatto o una ricetta ma un modello culturale condiviso fatto di esperienze comunitarie, scelta consapevole delle matrie prime, convivialità del pasto, trasmissione dei saperi alle nuove generazioni …”  “è la festa delle famiglie che tramandano sapori antichi, degli agricoltori che custodiscono la terra, dei produttori che lavorano con passione,…” cioè un premio richiesto e accordato potremmo dire per i meriti (spesso derisi) dei Terroni e di qualche settentrionale che ha ispirato la propria vita alla cultura meridionale.

 Quindi questa parte della nostra cultura è stata santificata in modo preciso ed individuabile forse anche perché tali caratteristiche non si trovano in nessuna altra parte del mondo in modo così chiaramente riconoscibile come nel Sud Italia.

 Ma se l’olio utilizzato per una pietanza non è più cento per cento italiano e regionale ma è frutto di una pianta geneticamente modificata, quel piatto è riconducibile al patrimonio culturale dell’Unesco? E chi garantisce che la salsa utilizzata sia fatta da pomodori veri e non da pomodori idroponici che hanno invaso il mercato? E che dire delle patate o del riso che sono culture come tante altre in via di abbandono? La farina ottenuta da grano geneticamente modificato in che modo entra nella cucina italiana? E dei metodi di coltura e fitofarmaci inclusi ne vogliamo parlare? Potremmo continuare molto a lungo ma “l’italian sounding” è un fenomeno che ha inquinato molto di più e molto più a fondo di ogni immaginazione il made in Italy! quell’abuso della italianità è infatti approdato financo sulle nostre tavole; una associazione di consumatori in un supermercato di Sannicandro di Bari ha verificato che lì può comperarsi un litro di olio di extravergine “comunitario” (e quindi non italiano se non in modesta percentuale), per cinque euro per litro mentre a meno di cento metri da quel supermercato vi sono decine di tonnellate di eccellente olio locale invenduto; cioè il produttore italiano è al fallimento per dover accettare la concorrenza -se non invasione- di altro prodotto di “non-si-sa-chi” ma spacciato per simile a quello italiano; il quale olio di “non-si-sa-chi” a sua volta non viene acquistato dal suo produttore che per pochi centesimi visto che la parte del leone in tutto questo imbroglio la fa il trasporto e la miscelazione e la commercializzazione dell’olio; in sintesi: il produttore italiano perde soldi, il produttore dell’olio economico ovunque si trovi perde soldi, il consumatore compera non si sa cosa e l’ambiente si riempie di fumi tossici di autotreni che trasportano alimenti come l’olio extravergine, che già stanno sul luogo di consumo, sono migliori, sono riconosciuti dall’Unesco ma non arrivano sugli scaffali neanche del luogo di produzione. Una vera follia che si chiama comunemente mondializzazione dell’economia.

 Forse c’è qualcosa di molto grande che non va, ma i politici non sanno che pesci prendere.

 Stante che il riconoscimento dell’Unesco è agli italiani e non certo al governo; stante che la normativa esistente ha consentito non solo nel caso dell’olio ma in TUTTI i prodotti agricoli di subire concorrenze sleali; stante che il governo deve garantire il rispetto delle caratteristiche riconosciute alla cucina italiana; stante che esistono numerose autorità che controllano gli agricoltori e trasformatori onesti ma che non si riesce ad evitare la infiltrazione di prodotti di sconosciuta provenienza…, stante tutto questo forse ci si deve accorgere che adesso comincia il percorso di effettiva tutela del mondo che sta dietro a questo riconoscimento al fine di non farlo soccombere definitivamente.

 Serve una rivoluzione copernicana nella politica agricola nazionale.

 Gli agricoltori italiani, pur celebrati e copiati, stanno lasciando la terra che hanno custodito per secoli per lasciarla a infinite ondate di extracomunitari; alcune nostre Università si stanno impegnando allo spasimo per far conoscere le nostre tecniche ai nostri competitor d’oltremare pronti a scalzarci; i nostri trasformatori e alle volte anche esportatori vendono prodotti non interamente italiani per poter sopravvivere; i nostri prosciutti per lo più sono fatti con carni estere laddove abbiamo intere regioni in via di abbandono che sono vocate all’allevamento suino; il pesce è quasi tutto d’importazione; e tanto altro la cui sintesi è molto semplice: il lavoro per il governo inizia adesso; serve fermare progressivamente la importazione di alimenti esteri a qualunque costo, cominciando dall’olio extravergine ma proseguendo in modo determinato: si tratta di interesse nazionale ulteriormente sottolineato dal riconoscimento Unesco ottenuto alla fine del 2025. L’alternativa è una deriva nella quale il beneficio del riconoscimento Unesco andrà ad altri e non all’Italia e diverremo dipendenti dal resto del mondo anche per i nostri alimenti più tradizionali.

 Pensare di lasciare tutto com’è significa disperdere progressivamente il prestigio italiano e condannare i fautori della mitica cucina italiana (che andrebbero premiati) ad una ingloriosa fine.
 Lo farà il governo Meloni? Dubitiamo, ma attendiamo fiduciosi.
 
CANIO TRIONE

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