Come si direbbe a Roma: “E alla fine pure ‘sto Mondiale ce lo semo levati dalle palle!” E sì, con la vittoria della Spagna sull’Argentina di Messi, in quel del New Jersey, anche l’edizione 2026 è finita in soffitta, con buona pace di chi voleva vedere in questo torneo la rappresentazione plastica del cambiamento degli equilibri mondiali.
Erano infatti in molti ad aspettarsi una rivoluzione. Delle sedici squadre approdate agli ottavi di finale, ben nove erano autentiche outsider: dalla Norvegia di Haaland al Paraguay di Almirón, dal Canada di Davies alla Svizzera di Xhaka. Sembrava il Mondiale della nuova geografia del calcio. E invece, quando il torneo è entrato nella fase decisiva, il copione è rimasto quello di sempre: in semifinale sono arrivate ancora una volta le grandi potenze europee e sudamericane che, non a caso, sono anche figlie della storia. Quelle stesse nazioni – Spagna, Inghilterra e Francia – che prima colonizzarono il Nuovo Continente e che, attraverso le migrazioni, contribuirono alla nascita di realtà come l’Argentina.
Il calcio, dunque, continua a parlare europeo. Lo si è visto plasticamente anche dagli orari impossibili imposti ai calciatori: partite disputate alle 13.30, ora della costa orientale degli Stati Uniti, sotto un sole implacabile e spesso in impianti non adeguatamente protetti dal caldo. Tutto questo per consentire agli italiani, ai francesi, ai tedeschi, agli olandesi e agli spagnoli di seguire le partite in prima serata, tra le 21 e le 22, quando il Vecchio Continente si raccoglie, al fresco, davanti al televisore.
Ma questo, forse, Donald Trump non lo aveva considerato. Così ha avuto la malaugurata idea, insieme agli altri organizzatori americani, di trasformare il Campionato del Mondo di calcio in una sorta di Super Bowl globale. Ne è uscito uno spettacolo tipicamente americano: immancabile inno nazionale, enfasi esasperata su ogni momento della serata e, cafonata tra le cafonate, l’ingresso delle finaliste affidato ai celebri Michael Buffer, storica voce della boxe, e Bruce Buffer, volto iconico della UFC.
Come se non bastasse, è comparsa anche l’ormai quasi settantenne Madonna, catapultata a bordo di un dune buggy guidato da Ronaldo e Ronaldinho, intenta a sfilare tra i parcheggi interni dello stadio in una coreografia che, personalmente, difficilmente dimenticherò. Da oggi entra di diritto nel mio personale album degli orrori visivi, contendendo il primato soltanto alle immagini del crollo delle Torri Gemelle di quel lontano 11 settembre.
E siccome al peggio non c’è mai fine, il presidente della FIFA, Gianni Infantino, nel palese intento di assecondare l’ego del tycoon, ha voluto renderlo protagonista anche della premiazione, facendogli consegnare, insieme a lui, le medaglie ai giocatori. Il risultato è stato quasi grottesco. Non essendo chiaro chi dei due dovesse procedere per primo, diversi calciatori hanno lasciato il palco senza ricevere la medaglia, salvo poi essere richiamati indietro per completare la cerimonia. Nel caos generale, lo stesso Trump appariva visibilmente impacciato e fuori posto.
Ancora più eloquente è stato l’atteggiamento dei protagonisti in campo. La stragrande maggioranza dei giocatori lo ha ignorato oppure gli ha rivolto un saluto freddo e frettoloso, quasi di circostanza. Ben diverso, invece, il calore riservato dai campioni del mondo al loro sovrano, re Felipe VI, accorso appositamente negli Stati Uniti per festeggiare il trionfo della nazionale.
Un dettaglio tutt’altro che secondario. Nella rosa spagnola campione del mondo figuravano ben nove calciatori catalani e tre baschi, regioni tradizionalmente attraversate da forti spinte autonomiste o indipendentiste. Eppure, nel momento della vittoria, quei giocatori si sono stretti attorno al proprio Re con un entusiasmo che difficilmente può essere liquidato come semplice protocollo. È forse il segnale che, al di là di quanto spesso si racconta, la Monarchia spagnola gode ancora di una solidità simbolica ben maggiore di quanto molti siano disposti ad ammettere.
Ma la scena più esilarante si è consumata al momento della foto di rito con la Coppa del Mondo. Le Furie Rosse, tutte sorridenti, si sono raccolte attorno al trofeo e al proprio Sovrano. Donald Trump, che nelle fotografie istituzionali è solito occupare il centro della scena relegando gli altri ai margini, si è ritrovato questa volta proprio ai margini dell’inquadratura, nel disperato tentativo – come direbbe lui stesso a Giorgia Meloni – di comparire accanto ai vincitori.
La situazione è apparsa talmente surreale che, a più riprese, Gianni Infantino ha cercato, senza successo, di convincere il Presidente americano a lasciare il centro della scena e a uscire dall’inquadratura. Trump, fingendo di non capire, è rimasto ostinatamente al suo posto, quasi fosse in attesa di improvvisare uno dei suoi ormai celebri balletti mentre gli spagnoli festeggiavano al ritmo della musica. Poi, forse illuminato da un improvviso sprazzo di buon senso o, più semplicemente, dalla consapevolezza dell’imbarazzo creato, ha infine deciso di farsi da parte.
Insomma, quella che avrebbe dovuto essere la consacrazione internazionale del tycoon si è trasformata, paradossalmente, nella dimostrazione dei limiti dell’americanizzazione del calcio. Non basta organizzare un Mondiale, né ospitarlo, per diventarne il protagonista. I grandi eventi sportivi non sono soltanto business o spettacolo: sono soprattutto cultura, simboli e linguaggi condivisi. E quelli del calcio restano ancora oggi, nel bene e nel male, profondamente europei. Si può importarne il format, copiarne la scenografia o persino vestirlo con i codici del Super Bowl. Ma l’anima del calcio continua a battere altrove.
Lorenzo Valloreja
