L’Italia è il Paese di Pulcinella. E non perché questa maschera sia nata qui, nella splendida Napoli, bensì perché, lungo tutto lo Stivale, le sacche di illegalità e di pericolosa anarchia non si contano più: vige la legge del più forte.
Da un lato c’è lo Stato che, se non fai correttamente la raccolta differenziata, se superi il limite orario di sosta o quello di velocità, se non hai i soldi per pagare le tasse, ti toglie letteralmente la vita. Dall’altro ci sono i delinquenti che, quando sono numerosi e organizzati, risultano di fatto impuniti: occupano abitazioni altrui, siano esse private o pubbliche; gestiscono piazze di spaccio trasformate in veri e propri fortini; controllano la prostituzione; minacciano, sparano, feriscono e uccidono, spesso scontando pene minime; organizzano processioni, feste civili e religiose, funerali sfarzosi con tanto di caroselli di auto e motociclette, spesso senza casco, e persino sorvoli di droni ed elicotteri, senza che alcuna autorità periferica dello Stato possa o voglia intervenire.
E nel mezzo ci siamo noi, cittadini comuni e indifesi, che, è proprio il caso di dirlo, veniamo munti dagli uni e sbranati dagli altri.
Nel frattempo c’è chi, su queste contraddizioni, costruisce la propria carriera politica. Così come fanno prefetti, alti funzionari delle forze dell’ordine e magistrati, mentre i clan continuano ad arricchirsi e gli italiani onesti arrivano sempre più a fatica alla fine del mese.
E questa storia va avanti dal luglio del 1943, cioè da quando gli americani, sbarcando in Sicilia, portarono con sé i mafiosi che erano fuggiti negli Stati Uniti a seguito della repressione del governo fascista ad opera del prefetto Mori, collocandoli ai vertici delle nuove autorità civili.
Dunque, in principio la criminalità organizzata parlava meridionale; oggi non ha più alcuna inflessione né colore della pelle, poiché, con l’arrivo di milioni di migranti provenienti da tutto il mondo sulle nostre coste, il fenomeno è diventato realmente nazionale, pervasivo e multietnico.
D’altronde, sfido chiunque, senza timore di smentita, a portare prove e testimonianze che confutino la mia narrazione.
Ciò che ho descritto non accade più soltanto a Palermo o Catania, ma ormai anche a Milano, Torino, Verona, Padova, Reggio Emilia, Parma, Prato, Ancona, Terni, Roma, Pescara, Lanciano, Foggia, Bari, Napoli, Reggio Calabria, Rosarno e in molte altre città italiane.
È per questo che, quando vedo i sindaci, impettiti, in televisione, dichiarare: «Contro la criminalità, da parte della nostra amministrazione, tolleranza zero!», oppure ascolto ai telegiornali la consueta formula riferita a un’operazione delle forze dell’ordine: «Organizzazione criminale sgominata!», o, peggio ancora, quando leggo sui giornali le nostre istituzioni riempirsi la bocca con l’espressione «i nostri valori!», mi viene spontaneo un conato di vomito. Per dirla con Rino Gaetano: «Non te regghe più!». E non perché sia antinazionale o non creda nello Stato, né perché non conosca la storia. Anzi, è proprio la profonda conoscenza degli avvenimenti storici e del loro divenire a condurmi a questo cinismo e a un disincanto pessimistico, ma semplicemente perché sono stufo di questa tempesta di parole e di dichiarazioni alle quali non segue mai un’azione altrettanto incisiva e concreta.
Lo so: secondo un vecchio adagio, la corruzione è l’olio che fa girare gli ingranaggi della democrazia… ma ormai ha veramente rotto le palle, perché è diventata nauseabonda e intollerabile, proprio come gli assalti ai portavalori e ai caveau da parte della mala foggiana che, impunemente, sta terrorizzando l’intera costa adriatica.
Urge un cambio di passo. Attendiamo, infatti, con fiducia un nuovo prefetto Mori e una stagione analoga che lo renda possibile, pena la fine dell’età contemporanea in Italia e il ritorno alle guerre tra clan dell’Italia preromana, in salsa hobbesiana.
Lorenzo Valloreja
