Ex Ilva: Peacelink, fermo produzione a Taranto momentaneo ma di portata storica

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«Non accadeva dal 1965, data dell’inaugurazione del polo siderurgico di Taranto, che lo stabilimento fermasse la produzione”. Un evento “particolarmente simbolico e di portata storica”. Così Alessandro Marescotti, presidente dell’associazione ambientalista e pacifista Peacelink, a proposito dello stabilimento siderurgico ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia. Il fermo momentaneo dell’ultimo altoforno in funzione è stato determinato da un guasto meccanico al nastro trasportatore, che dal porto serve materie prime all’altoforno 4 e che ha “nei fatti causato il fermo dell’intero stabilimento. Questo guasto cioè ha portato alla sospensione temporanea dell’unico altoforno operativo nel siderurgico tarantino, uno stop – spiega – che dovrebbe durare non più di 24 ore. Poi la produzione riprenderà».

«Dopo il fallimento della cosiddetta ‘ambientalizzazione’, neologismo ingannevole – rileva Marescotti – arriva anche il fallimento del rilancio produttivo tanto annunciato. L’obiettivo era un’Ilva con emissioni ridotte, ma abbiamo assistito a un aumento dei picchi di benzene. Primo fallimento. Si puntava a una produzione di 6 milioni di tonnellate/anno, mentre ieri lo stabilimento si è fermato. Secondo fallimento. Nel frattempo, i debiti si accumulano: al 31 dicembre 2022, le passività complessive – evidenzia – hanno superato i 4 miliardi e 700 milioni. E stiamo aspettando i dati del bilancio 2023 di Acciaierie d’Italia che faranno registrare un aumento ulteriore delle passività. Terzo fallimento che sarà con tutta probabilità pagato dalla collettività, e che lascia presagire una fuga di tutti i possibili acquirenti di cui si parla in queste settimane.

Se l’economia è alla base delle trattative, nessuna azienda di buon senso ha l’intenzione di investire i propri capitali per un’impresa che è in costante e pesante perdita dal 2012, anche nei momenti favorevoli della congiuntura dei mercati mondiali. La collettività sta pagando questi tre fallimenti. Da quelli ambientali a quelli economici, per non parlare – afferma Marescotti – di quelli occupazionali che vedono fortemente preoccupati i sindacati. Una vera e propria Caporetto per tutti coloro che in questi anni hanno annunciato un futuro di successi e di rilancio».

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