Caporalato: Taranto, indagato su bracciante infortunato, ‘finché arrivo è morto, buttatelo da qualche parte’

Nell’inchiesta anti-caporalato della Procura di Taranto e dei carabinieri del comando provinciale jonico, che oggi ha portato a sei arresti (tutti ai domiciliari) le intercettazioni hanno fatto luce su molti aspetti dello sfruttamento dei braccianti stranieri che venivano impiegati nelle campagne delle province di Taranto e di Matera. Particolare rilievo è dato ad alcuni episodi relativi a infortuni sul lavoro. In uno dei casi ricostruiti, un operaio straniero, impegnato nella raccolta degli agrumi, sarebbe caduto da una scala procurandosi lesioni a un braccio. Dalle conversazioni intercettate è emerso che l’infortunato non aveva un regolare contratto di lavoro e che l’episodio avrebbe determinato preoccupazione non soltanto per le sue condizioni di salute, ma anche per le possibili conseguenze derivanti da eventuali controlli.

Proprio in relazione a uno degli episodi, rileva il ruolo di uno degli indagati, ritenuto promotore dell’organizzazione di sfruttamento e punto di riferimento per numerosi lavoratori stranieri giunti in Italia alla ricerca di un’occupazione. Informato della situazione del lavoratore, avrebbe pronunciato una frase di particolare crudezza, captata nel corso delle attività tecniche: ”Finché arrivo là quello è morto, (…), buttatelo da qualche parte”. Dalle conversazioni intercettate è stato documentato un sistema nel quale un’altra indagata avrebbe gestito una vera e propria contabilità dei lavoratori, annotando giornate e somme dovute e facendo da tramite tra le aziende e la manodopera. In tale contesto sarebbe emerso anche il forte stato di difficoltà economica nel quale alcuni operai si sarebbero trovati a causa del ritardato o mancato pagamento delle spettanze. Alcuni di loro si sarebbero lamentati di non riuscire neppure a far mangiare i propri figli. I lavoratori venivano impiegati senza regolare contratto oppure con modalità differenti rispetto a quelle formalmente dichiarate, mentre le retribuzioni effettivamente percepite sarebbero risultate, in diversi casi, inferiori a quelle previste dalla contrattazione collettiva.

Dalle attività investigative, inoltre, sono emersi orari particolarmente gravosi, rigida organizzazione delle pause e una continua vigilanza sul rispetto dei tempi di lavoro. In un’azienda, sarebbe stato persino predisposto un sistema di videosorveglianza attraverso il quale poter controllare a distanza la presenza e l’attività dei lavoratori. I braccianti non ricevevano formazione in materia di sicurezza né dispositivi di protezione individuale né erano inviati a visite mediche. Alcuni braccianti erano costretti a procurarsi autonomamente guanti e altri strumenti indispensabili per svolgere l’attività. A questo proposito, uno degli imprenditori indagati avrebbe costretto i propri dipendenti ad acquistare i previsti dpi, minacciandoli di ritorsioni in caso contrario.