Compagnia Teatrale Crest Taranto. Licia Lanera con il dittico “Love me”, omaggio ad Antonio Tarantino

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 Un dittico che parla di stranieri, di lavavetri e della mitologica principessa barbara che uccise i suoi figli. S’intitola «Love Me» e comprende l’inedito «La scena» e «Medea», due testi feroci e taglienti di Antonio Tarantino, il drammaturgo torinese, ironico e ribelle, scomparso nel 2020. Due pièce tenute insieme come regista e interprete da Licia Lanera, ospite sabato 9 marzo (ore 21), all’auditorium TaTà di Taranto, della stagione «Periferie» organizzata dalla compagnia Crest con il sostegno della Regione Puglia.

Sempre più ai vertici del teatro italiano, dopo i due premi Ubu vinti nel 2022 per «La carabina», Lanera rende omaggio ad un autore capace come pochi di descrivere gli ultimi, qui intrappolati in ebeti e crudeli luoghi comuni, «così stupidi da farci morire dal ridere, così feroci da farci vergognare» spiega l’attrice, regista e drammaturga barese. In questa coproduzione ERT/Teatro Nazionale e Compagnia Licia Lanera (luci di Vincent Longuemare, disegno sono di Tommaso Qzerty Danisi e costumi di Angela Tomasicchio), Licia Lanera riprende lo stile antiretorico, ricco di violenta e amara ironia, di Tarantino, «uno che mette in bocca ai suoi protagonisti una lingua cruda, senza epurazioni, baluardo puro di aggressività e marginalità».

Lanera ha avuto il privilegio di poter accedere allo sterminato archivio di Tarantino, fatto di testi editi e inediti. Ed è stato in quel momento che ha scoperto «La scena», lavoro in cui si parla di stranieri. Per cui, quando ha cercato il «lato B per questo 45 giri» ha trovato la soluzione perfetta in «Medea», rilettura del mito della straniera per eccellenza.

Tuttavia, i due testi, che Lanera mette in scena ricorrendo all’accento del Nord nel primo caso e del Sud nel secondo, ma senza offrire il senso di una precisa ambientazione, sono molto diversi tra loro. E lo sono sotto molti punti di vista. Ne «La scena» lo sguardo è quello di chi osserva lo straniero con sospetto, spesso sfociando nella prepotenza e nella violenza. Uno straniero che Licia Lanera, all’inizio dello spettacolo, definisce «corpo del reato», in quanto capro espiatorio, perché diverso, perché extracomunitario di colore, l’«uomo nero che ha rubato la marmellata». Ed è Licia Lanera a incarnare quel punto di vista: l’attrice diventa la voce di chi, prigioniero dei luoghi comuni, spesso guarda con sospetto e cattiveria gli stranieri, incastrati dentro ruoli ben definiti. Per cui i mauriziani fanno i servizi, i cingalesi vendono le rose, gli africani maschi le collanine, mentre le nigeriane si prostituiscono e le donne dell’est fanno le badanti. E se le musulmane non lavorano perché i mariti non vogliono, i turchi fanno le pizze e il kebab, così come i marocchini lavano i vetri e sono dediti alle rapine, mentre i rom rubano per farsi i denti d’oro. Al tempo stesso, nella rivisitazione di «Medea» lo sguardo di Lanera diventa quello dello straniero, incarnato dalla protagonista, costretta, come nella tragedia di Euripide, a trasferirsi in una terra lontana. E ora che è finita in galera, Medea racconta quanto siano diverse le leggi italiani per gli stranieri, personaggi sconfitti e feriti, anche se disperatamente vivi nel disincantato immaginario di Tarantino. Personaggi reietti che parlano una lingua priva di tabù, espressa ai margini di una società barbara e violenta nella quale riverbera l’eterna e irrisolta lotta tra miseri e potenti.

Al termine dello spettacolo, Licia Lanera incontra il pubblico nel foyer intervistata dalla giornalista Marina Luzzi.

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