Politically incorrect

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Ennis ha definito il pensiero critico (critical thinking) come “un pensiero razionale e riflessivo focalizzato a decidere cosa pensare o fare”. Chi è il pensatore critico? Il pensatore critico è diverso dal disfattista, la sua è una tensione a comprendere e proporre e non a distruggere, il suo motore è la curiosità, non la rigidità, il suo atteggiamento è l’apertura e non la difesa ad oltranza, si nutre di fiducia adulta, misura il rischio di ogni decisione, non si preclude, né si espone (cit. dal web).

Il pensatore critico è “politicamente scorretto”, non si uniforma al pensiero dominante, elabora i dati della realtà secondo il proprio metro di giudizio, le sue conoscenze, le sue inclinazioni, il suo modo di “essere”. Non si allinea e, per questo, è intrinsecamente “scomodo” e paga di persona questa sua posizione di intansigente “libertà di pensiero”, andando contro il main stream mediatico che tende ad uniformare il pensiero della società, quasi si trattasse di un unicum e non di una comunità di soggetti pensanti.

Recenti pensieri discordanti sono (ad esempio) quelli del prof. Augusto Barbera, presidente della Corte Costituzionale o il generale Vannacci. Il primo è reo di aver detto che le “donne sono impazienti” (di occupare ruoli di comando, in senso lato) ed il secondo di aver scritto un libro in cui si condanna una società troppo remissiva ai cambiamenti di status sessuale o di posizionamento intellettuale. Comune ad entrambi l’aver esplicitato il presunto “pensiero patriarcale”, basato sulla predominanza sociale del “maschio”, una sorta di master in misoginia. 

Il problema, però, non è se condividere o meno questi pensieri, ma il fatto che vengano condannati a prescindere, senza affrontare una concreta analisi sociologica e culturale: la condanna, invariabilmente, arriva da una posizione culturale e politica radical-e(schic) di sinistra, cioè da quella minoranza che gestisce gran parte della comunicazione nel nostro Paese, che ha governato (di fatto) senza aver mai vinto una elezione negli ultimi decenni, con la compiacente assistenza di quelli che – una volta – erano definiti i “poteri forti” e che oggi sono rappresentati dalle lobby economico-finanziarie, in cui i soggetti-persone sono spesso appartenenti a sotto-gruppi “di genere” o di consorteria, fratellanza o concubinismo.

Il vero dramma è che si è perso di vista l’unico vero criterio adottabile nella determinazione gerarchica e collocazione nei posti che contano : il merito. Questo termine è tornato di moda solo di recente e per una scelta coraggiosa (ed azzardata) dell’attuale governo di destra che ha “riesumato” dal dimenticatoio politico la meritocrazia, mentre le opposizioni di sinistra e populiste hanno fatto “fuoco concentrico” sul termine in sé. Questo ci fa capire come per certa parte politica, parlare di merito e non di genere sia fondamentale, perdendo di vista tutto ciò che può (e deve) portare una persona ai vertici di enti ed aziende, stante la responsabilità che da ciò discende per l’intera società. 

Quindi è la Destra che si appropria di un concetto comune, rigettato dalla Sinistra, quale il “merito”: merito che è quello di essere preparati, coerenti e coscienti, avere un titolo di studio ed una esperienza consolidata, una visione strategica e di lungo periodo; non importa il genere o la provenienza etnica o genetica, sessuale o religiosa, il merito travalica questi concetti, in piena applicazione dei principi costituzionali di uguaglianza e meritocrazia. L’essere donna o uomo non può, né deve essere, una scriminante per accedere a ruoli di responsabilità, ma – d’altra parte – non può definirsi patriarcale una società che sceglie un uomo per i suoi meriti, come matriarcale per i motivi opposti.

La guerra di genere (ricomprendendo anche i generi “trasversali”) è una guerra di retroguardia, che denota una pochezza di idee veramente riformiste, figlia di visioni idelogiche e populiste ante caduta del muro di Berlino, che (però) caratterizza questa fase politica del Paese.

Ed, allora, occorre essere veramente controcorrente, riconoscendo esclusivamente il merito quale unità di misura nei criteri valoriali di affidabilità e capacità gestionale: le quote rosa rappresentano la sconfitta della meritocrazia, in una società che vede una predominanza del genere femminile in magistratura o nella direzione scolastica (direzioni regionali o scuole è indifferente), tanto per fare un esempio; rappresentare la società produttiva in Italia come maschilista vuol dire non riconoscere i passi avanti fatti dalle donne in economia, politica o finanza.

Declinare la violenza come di genere, poi, non riconosce le patologie dei rapporti interpersonali: se ci sono femminicidi (e, purtroppo, ci sono!), d’altro canto ci sono oltre 200 suicidi (sino ad ora nel solo 2023) di uomini separati e che – per vari motivi – non possono vedere i propri figli, sottratti durante i travagli delle separazioni, improntate su una legge “vecchia” che non tiene in alcun conto i mutati rapporti sociali fra uomini e donne, al netto degli omicidi compiuti da donne in danno degli uomini.

In ultima analisi, l’espressione di “società patriarcale” non rende giustizia ai mutamenti civili avventi nel nostro Paese negli ultimi cinquant’anni, né dell’impegno profuso da tante donne e uomini per il cambiamento della Società, rimanendo esclusivamente una caratterizzazione di fenomeni che restano (fortunatamente) isolati a poche e tragiche situazioni. Nonostante tutto, siamo migliori di quanto pensiamo.

ROCCO SUMA

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