Human Brain Project: illusione e fallimento

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Il cervello umano è per antonomasia un sistema complesso.

Cosa sarebbe un sistema complesso?

Quello che non è, è subito detto: complesso non significa complicato.

Complesso significa che il sistema è estremamente sinergico nelle sue funzionalità e nei suoi fattori, è altamente reattivo che non vuol dire “a risposta immediata”, è tipicamente sensibile ad ogni pur minuscola interferenza.

La scienza definisce un sistema di questo tipo “sistema caotico” (Teoria del Caos) molto sensibile alle variazioni delle condizioni iniziali.

Un concetto, questo, spesso esemplificato dallo slogan “il battito di una farfalla in Oriente può scatenare un uragano in Occidente”.

Un esempio tipico? La meteorologia; la stessa comunità umana; la finanza; la Natura etc.

Per studiare e simulare le dinamiche di un sistema complesso sono necessari super, e ancora super, computer; e molto spesso non bastano.

 

Cosa c’è in una scatola cranica? Qualcosa come oltre mille miliardi di neuroni e uno strabiliante numero di interconnessioni e link.

La domanda è: “Come fa, da questa moltitudine, a nascere un sistema complesso funzionante in maniera armonica?”

E, poi, a seguire: “Come fa, da un sistema complesso, ad emergere la consapevolezza, la coscienza, l’identità, l’intelligenza, la creatività, la memoria  etc?”

Non sono, tutte queste, le prerogative della vita?

 

In sintesi: “Da un articolato accumulo di molecole, che è materia inerte, come può nascere la vita?” 

 

Per capirci qualcosa, l’Unione Europea ha varato, nel 2013, lo Human Brain Project (HBP) con un investimento di € 1 mld, di durata decennale, con il coinvolgimento di oltre 100 laboratori in tutta Europa.

Promotore, il neuro scienziato Henry Markram, nato in Sudafrica nel 1962, israeliano, persona brillante e magnetica, che già collaborava con IBM nel progetto Blue Brain il cui obiettivo era simulare un cervello indagandone struttura e connessioni.

A valle, si sarebbe aperta la strada per la vera “intelligenza artificiale”.

 

Il progetto HBP era più ambizioso del Blue Brain, con investimenti privati della IBM, nell’obiettivo e nelle dimensioni.

L’obiettivo: creare una simulazione completa, “in silico”, del funzionamento del cervello umano; disponendo di finanziamenti pubblici, di supercomputer, di competenze multidisciplinari; e adottando una visione tecnologica e digitale, con una metodologia di progetto e di indagine “bottom up” (non interpretativo ma costruttivo) sulla architettura e sulle interazioni funzionali.

 

La locuzione “in silico” indica la riproduzione di fenomeni chimico biologici in una simulazione matematica al computer, così come la locuzione “in vitro” significa riproduzione in provetta e “in vivo” significa riproduzione in un essere vivente.

E’ chiaro che la riproduzione “in silico”, a differenza di “in vitro” e “in vivo”, sconta il limite che non sia naturale ma modellata matematicamente.

Quindi, è molto probabile che essa non tenga conto di tutti i fattori di natura, per la maggior parte sconosciuti: è la costruzione di un modello della realtà correlato alle conoscenze attuali, non è la realtà.

Questo è, chiaramente, un vulnus che accresce la probabilità della infattibilità della ricerca.

 

Il progetto HBP avrebbe dovuto essere l’entry point di una neuro scienza innovativa e rivoluzionaria il cui approdo sarebbe stato la medicina personalizzata, la  integrazione con l’informatica, la migrazione verso le teorie della psicologia, la nascita della vera intelligenza artificiale, la comprensione dei fenomeni della spiritualità e dei sentimenti la cui origine è proprio il cervello e cosi via.

La fantasia corre spedita verso la conoscenza di quello che di umano è in noi.

Fare una copia digitale del proprio cervello e, in contemporanea, fare una copia digitale del proprio DNA (Progetto Genoma) sarebbe l’entusiasmante futuro della bionica.

Perbacco, finalmente l’uomo bionico, per di più intelligente!

Si prospetta una vita al servizio di esseri più performanti.

Ma suvvia! Nessuna preoccupazione, nessun problema: tutto è digitalizzato, con i supercomputer quantistici.

Intervenire, con un client laptop, per “aggiustare” Morale ed Etica, mettendo mano nelle interconnessioni e nei link neurali, sarebbe come intervenire su di una patologia operando sulla doppia elica del DNA.

Perfetto! Chi ce lo doveva dire che avremmo messo a posto, con un click, Malattie, Morale ed Etica?

Così, non dobbiamo preoccuparci perché avremo a disposizione esseri bionici con una straordinaria capacità di apprendimento e, soprattutto, di accresciute capacità prestazionali, di auto correzione, di auto cura, di auto manutenzione.

Niente più voti in classe, niente più ospedali.

Che vogliamo di più dalla vita?

Beh! Attoniti, rispondiamo: “dateci un cicchetto di amaro lucano”.  

 

Ma torniamo al HBP, al “Human Brain Project”, ormai chiuso perché i dieci anni sono trascorsi. Cosa è stato distillato dal progetto? La piattaforma EBRAINS che è  un immenso database aperto a tutti, secondo le regole di ogni progetto europeo a partecipazione corale, ricco di  informazioni neuro scientifiche e neuro informatiche: una miniera.

Tuttavia, si deve registrare che, nonostante tutti gli asset disponibili, HBP è fallito.  

Non è riuscito a raggiungere gli obiettivi che erano stati definiti nell’’ ormai lontano 2013.

Il cervello è ancora un mistero.

E’ una buona notizia?

Non sappiamo: ma, ora, però, diciamo: “dateci due cicchetti di amaro lucano”. 

 

Ora, tuttavia, comincia il difficile.

Come mai, con soldi, tempo, competenze multidisciplinari, grande partecipazione e coinvolgimento, le attese sono state così disilluse?


I motivi sono parecchi, si sono accumulati, hanno generato un clima di disaffezione e di delusione. La comunità degli attori si è disgregata con progressive defezioni che hanno decreto il fallimento.

 


La prima causa, la più grave, che non ci saremmo mai aspettati da chi fa ricerca in scienza neurale, è stata il metodo imposto.

Il processo bottom up (secondo un percorso costruttivo e non interpretativo) non funziona nella ricerca semplicemente perché il cervello non funziona così.

E come funziona questo nostro cervello? Lo ha insegnato la filosofia e l’epistemologia suo giullare.

Prima si osserva la natura, poi si pongono i quesiti e i “perché?”.

Qui c’è il primo ostacolo perché le domande debbono essere quelle giuste che centrino il paradigma focale altrimenti non si riesce a fissare i corretti presupposti.

Poi, a valle dei presupposti, si costruisce un modello che si pone a verifica.

La verifica deve essere continua e replicabile.

Questo è, grossolanamente, il “processo scientifico”.

Una sola verifica fallita, su migliaia o milioni, decreta la morte del modello.

Basti pensare che le Relatività di Einstein e la Fisica Quantistica di Heisenberg sono ancora soggette a verifica e lo saranno per i tempi a venire.

Di modelli fasulli e errati, il mondo è pieno.

Il processo della conoscenza è un flip flop di deduzione ed induzione, inferenza ed euristica, infarcite di poiesi (momento creativo) e di noesi (momento della intuizione e della comprensione).

Lo sintetizziamo nel linguaggio comune: “intuizione e creatività” da cui discende (top down) la tesi.

L’alternanza del bottom up e del top down è il segreto della ricerca. 

 

Il grossolano errore metodologico trova il suo fondamento nel riduzionismo e nella specializzazione. In altri termini, come è possibile ,dal dettaglio specialistico, come ad esempio, la specializzazione cardiologica, risalire al funzionamento dell’organismo umano? Come è possibile risalire dalla conoscenza del tufo, ai piedi del manufatto, al disegno generale e alle funzionalità del grattacielo? Come è possibile risalire dalla anatomia (descrizione di come sia fatto un oggetto) alla fisiologia (conoscenza delle funzionalità dell’oggetto)?

Se non impossibile, è altamente faticoso e denso di criticità.

Il metodo progettualmente proposto potrebbe andar bene quando si indaga l’anatomia del DNA; o quando si costruisco applicazioni (app) per il modo informatico; o quando si scoprono soluzioni ulteriori della Relatività come i buchi neri.

Ma in questi casi si conosce già, in qualche maniera, il modello dell’insieme tutto.

Di più, mentre l’anatomia del cervello è “statica”, la sua funzionalità è “dinamica”.

 

La seconda causa è da addebitare alla numerosità degli attori coinvolti, oltre cento, che ha posto criticità di coordinamento e gestione, di non equipollenza dei valori e delle competenze, di non sincronizzazione delle strutture organizzative, di metodi produttivi non equivalenti.

Ciò non è accaduto nei casi citati del DNA, dell’information technology, della fisica dove gli attori erano minuscoli team, fino alla individualità, ben collaudati e integrati. Infatti, quando il team è grande si mortificano intuizione e creatività. Vince l’organizzazione.

 

La terza causa è molto più prosaica: la distribuzione dei finanziamenti fra i diversi laboratori impegnati e la diversità degli interessi: un progetto di ricerca, come definito dalla EU, mal si concilia con il fine del profitto dei laboratori.

 

La quarta causa è l’equivoco della mission: HBP avrebbe dovuto essere un progetto di neuro scienze; è diventato un progetto di informatica.

 

La quinta causa è molto più sofisticata perché si entra nel “labirinto umano”. Cioè: l’eventuale cervello simulato di CHI sarebbe stato? Un cervello “statisticamente medio” o rappresentativo di una “identità”?

Senza identità non esiste cervello!

 

Henry Markram è stato costretto a dimettersi ma il fallimento del progetto era questione già acclarata, oltre il punto di non ritorno, al momento dello start up.


 

No sappiamo una cosa, di certo.

Il cervello è ancora un mistero e lo sarà per molto tempo ancora.

Il che significa che l’attuale propagandata “intelligenza artificiale” è più un fatto commerciale che sostanziale, basata su piattaforme, sì, sempre più sofisticate ma, molto meno intelligenti di noi.

Ma, allora, possiamo stare tranquilli ancora per un po’.

 

Antonio Vox

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