Un due e tre, stai là

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In principio fu Garibaldi, poi i Piemontesi, poi l’Unità di Italia, poi il Fascismo, quindi gli Alleati, la D.C. ed il P.C.I., la Cassa del Mezzogiorno ed ora la ZES del Sud: tutti intenti ad “aiutare” il Meridione, i poveretti afroeuropei del sud dello Stivale, più afro che europei, senza lavoro, soldi e cultura. 

Riavvolgiamo il nastro della Storia che – per quanto ci riguarda – viene così riassunta dal prof. Barbero:”Di fatto (e in sintesi) Risorgimento e formazione dello Stato unitario hanno portato ad una “divisione” di tipo “geografico”, tra il Nord e il Sud del Paese; mentre Resistenza e costituzione della Repubblica hanno portato a divisioni di tipo “politico” o “ideologico” tra chi è (o si sente) di “destra” e chi invece di “sinistra”. “

Ebbene, quella divisione fra Nord e Sud si è perpetuata sino ai giorni nostri ed è ormai una visione non più minoritaria, quella che vede il Regno delle Due Sicilie sconfitto politicamente (ma, soprattutto, economicamente) dal Regno Sabaudo, che provvide a trasformare le strutture economiche del Sud, confiscando i beni produttivi ricollocandoli al Nord, oltre che appropriandosi del “tesoro” delle banche meridionali, mortificando il ceto imprenditoriale nascente.

Questa situazione di eradicazione della giovane industria meridionale, nonché con la distruzione di ciò che non era trasferibile o trasportabile, la deportazione degli operai, la distruzione dell’agricoltura ha inciso enormemente sul futuro di quella che era stata una terra florida e prosperosa; situazione che si è trascinata sino ad ora, con l’impoverimento culturale e l’emigrazione dei “cervelli”, dovuta alla mancanza di utilizzabilità degli stessi per carenza di strutture di ricerca e produzione, nel frattempo sviluppatesi al Nord.

E’ questa una tesi “tardo-borbonica”, meridionalista o magno-greca? No, è una tesi che guarda ai successivi sviluppi di attività politiche che non hanno mai centrato l’obiettivo di riequilibrare la situazione post guerre ottocentesche di unificazione nazionale.

Nè il fascismo, né la successiva democrazia sono riuscite a trovare il bandolo di una matassa che ha troppi capi e poche soluzioni reali, nemmeno l’elefantiaca Cassa del Mezzogiorno ha potuto ottenere dei risultati, in quanto marchettificio di consenso, senza una strategia di lungo periodo, ma solo dispensatrice di contributi spesso a pioggia, ma non strutturali.

La stessa sorte sembra che seguirà l’istituzione della ZES meridionale, anch’esso strumento non strutturale, ma dispensatore di dubbi benefici e – allo stato – solo a chi ne fa parte quale dipendente: una poltrona di commissario pagato svariate decine di migliaia di euro, non si nega a nessuno (degli amici) ! 

Cosa, invece, potrebbe essere funzionale a risolvere il gap esistente fra il Nord ed il Sud? Una reale redistribuzione economica e fiscale, che tenga conto delle due velocità oggi esistenti e possa permettere una accelerazione della componente meridionale tale da realmente unificare l’economia nazionale.

Essenzialmente occorrerebbe una diversa imposizione fiscale, che tenga conto della necessità – per gli imprenditori meridionali – di investire sul proprio territorio, differenziandosi con gli imprenditori esterni alle aree interessate (siano nazionali che esteri), in modo tale da radicare l’imprenditoria locale, anche grazie a sgravi fiscali, che non siano estendibili a tutti, per evitare l’effetto “Marcegaglia”: impiantare finte imprese per godere di benefici fiscali e contributi, salvo successivamente smontare tutto e lasciare la classica “cattedrale nel deserto”. Il beneficio occupazionale che ne deriverebbe, sarebbe immediato sia nei confronti della manodopera specializzata che in quella semplice, come per gli eventuali laboratori di ricerca. 

Non solo defiscalizzazione, però, ma anche minor costo del denaro, visto che allo stato le aziende bancarie diversificano le loro attività fra Nord e Sud, facendo pagare di più a quelle meridionali a parità di servizi.

Infine, utilizzo delle risorse energetiche a km 0, cioè fornire l’energia prodotta al Sud primariamente alle imprese collocate in tali aree e, solo successivamente, distribuirle a quelle energivore del Nord con costi differenziati in ordine alla distanza di distribuzione.

Pochi passaggi essenziali per creare una reale competitività, “risarcire” il Sud di oltre 130 anni di depredamenti vari, smantellando il sistema clientelare e mafioso, perchè una maggiore disponibilità economica si riflette sull’offerta culturale, sulle capacità di inserimento nel mondo del lavoro, diventando attrattive per altre forze economiche e facendo venir meno la necessità di un sistema omertoso che occupi gli spazi lasciati vuoti dallo Stato.

La soluzione non può essere, quindi, rilasciare finanziamenti senza una strategia complessiva che tenga conto anche della logistica e, perciò, della viabilità e del sistema trasporti.

Il Sud può (e dovrebbe) diventare davvero il porto d’Europa, lanciato verso il continente africano e quello asiatico, cioè quelli che già sono (o diventeranno) i mercati economici del futuro, con buona pace della vecchia concezione eurocentrica.

Altrimenti finiremo per continuare a guardarci l’ombellico, mentre gli altri vivranno già nel futuro.

ROCCO SUMA

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