“L’infame Legge. Storia della camorra Pugliese” di Stefano De Carolis, il volto inquietante della malavita organizzata

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Frutto dello studio certosino di quasi 8.000 documenti, condotto dal 2013 al 2021 presso l’Archivio di Stato di Bari e Trani. “L’Infame Legge le origini della camorra in Puglia” (1870-1914), prefazione del dott. Giuseppe Volpe, già capo della Procura Antimafia di Bari e Foggia, si qualifica come grimaldello indispensabile per interpretare la nascita e l’evoluzione della malavita organizzata nella nostra regione. 

Il volume si rivela dirimente anche nel percorso di formulazione del lessico del fenomeno mafioso: è proprio in questa fase storica che si inizierà a parlare di “infesta piovra”, introducendo la fortunata metafora con cui ancora oggi sono indicate le mafie, e di “commissione”, intesa come struttura apicale che deliberava le affiliazioni e le punizioni per chi tradiva “gli obblighi e i diritti che governavano l’associazione criminale”. 

Il percorso investigativo intrapreso dall’autore inizia all’interno delle tante e fumose cantine e bettole baresi, dove malavitosi, picciotti e camorristi, in compagnia di prostitute, trascorrevano intere giornate per diletto e, soprattutto, per “lavoro”, estorcendo la “tregenta” (tangente) ai cantinieri e bettolieri, nonché tiranneggiando i malcapitati avventori-giocatori, dai quali pretendevano la quinta parte della loro vincita, la cosiddetta “camorra sul gioco”. Non era raro, inoltre, che, questi luoghi fossero teatro di risse furibonde, pronte a sfociare in episodi delittuosi, mossi dalla volontà dell’affiliato di affermare il potere del rispettivo gruppo criminale.

Anche il gioco, nel mondo della malavita, rappresentava una feroce competizione in cui il premio in palio era l’onore. Ne sono esempi i giochi della “passatella” (“ù zumbariedde”) e della “morra”, che spesso diventavano occasione premeditata per sfidarsi a duello con il coltello o mettere in atto spietate vendette di morte, lavando col sangue recriminazioni e vecchi rancori.

Passando attraverso la ricostruzione di alcuni sanguinosi ed efferati omicidi, emblema della brutalità che animava picciotti e camorristi, il racconto si sofferma sul primo processo a carico della “società dei picciotti di Barletta”, denominatasi “Infame legge”: una “societas scelerum” di puro stampo camorristico, come venne definita nella sentenza emessa dai giudici del tribunale di Trani, e confermata nel 1890 dalla suprema corte di Cassazione, che, con l’uso della forza intimidatrice e della violenza, assoggettò sin dagli inizi del 1880 un intero territorio, quello della attuale provincia di Barletta-Andria-Trani. ( “…a Barletta sono accaduti dei fatti che fanno rizzare i capelli in testa…1888 Corriere delle Puglie)

Celebrato nel 1890 davanti la Corte d’Assise di Trani, il processo richiamò l’attenzione della stampa nazionale ed estera per almeno due ordini di ragioni. In primis, era uno dei primi processi che si avvaleva del codice Zanardelli, il nuovo codice penale che introduceva il reato di associazione per delinquere, evolvendo dal concetto di banditismo al fine di contrastare le forme organizzate della criminalità. In secondo luogo, gli inquirenti riuscirono a sequestrare ai camorristi: armi, spilloni, fasce di colore rosso e, soprattutto, un importante foglio di carta contenente i nomi degli accoliti e del loro capo, e lo statuto della consorteria criminale: per la prima volta, gli inquirenti, i Carabinieri Reali, erano riusciti a mettere le mani sullo statuto dei picciotti di Barletta, squarciando il velo dell’omertà sul canovaccio di “leggi non scritte”, cucito per preservare gli stessi equilibri interni all’organizzazione, e penetrando nel cuore dei riti alla base delle affiliazioni, scandite da un giuramento: (…con un piede nella fossa e l’altra alla catena giuro….).

Nel merito, il saggio avanza una convincente ipotesi sulla formula recitata: la parola “fossa” recitata durante il rituale di giuramento, oltre a indicare la morte, potrebbe far riferimento all’antico sistema di carcera¬zione utilizzato dai tempi dell’antica Roma (il cosiddetto tullianum), che si protrasse per tutto il ’700 in Sicilia, dove la fossa di San Giacomo e quella di Santa Caterina nell’isola di Favignana erano adoperate come “carcere duro”.

Le dichiarazioni dei 116 imputati e degli oltre 230 testimoni, che sfilarono davanti la Corte d’Assise di Trani, mettono a fuoco gli aspetti topici dello status di affiliato, ad iniziare dall’abbigliamento, rigorosamente codificato: sempre armati di coltello a serramanico, spilloni e revolver, gli affiliati indossavano pantaloni bianchi  stretti al ginocchio (a campana), una fascia di colore rosso alla cintura, giacchetta, il cappello alla “sgherra” e il “camuffo”, un elegante fazzoletto colorato “portato al collo, a mo’ di cravatta”. Tutti erano tatuati. Ogni dettaglio nella “divisa del picciotto e camorrista” assumeva un valore di riconoscimento sociale; una sorta di koinè condivisa che serviva a chiarire l’appartenenza al mondo della malavita. 

Lasciata la Corte d’Assise di Trani, il lettore è invitato a sedere tra i banchi del Tribunale di Bari, dove, nel 1891, prende vita un altro famigerato e importantissimo maxiprocesso, che portò alla sbarra ben 179 imputati, ritenuti affiliati alla malavita barese. [L’analisi storico-giudiziaria del processo barese è stata ampiamente affrontata nella pubblicazione “Con un piede nella fossa”, LB edizioni, 2018].

La puntuale disamina degli atti giudiziari del processo celebrato nel 1902 davanti alla Corte d’Assise di Lucera, a carico di 102 picciotti che avevano seminato terrore e morte nella provincia di Foggia, permette di delineare il volto della malavita del Tavoliere: una mafia che oggi definiremmo di tipo “urbana”, il cui modello organizzativo è per molti versi simile a quello evidenziato nella camorra barese e barlettana. In parallelo, si apre uno scenario sulle origini della mafia del tipo “rural-pastorale”, caratterizzata da pericolosissime e sanguinarie faide familiari che, sin dalla seconda metà dell’800, imperversano nell’aspro territorio del Gargano. 

Non da ultimo, il saggio tiene traccia delle nobili menti che, superando il muro di omertà e di timore, espressero indignazione contro il fenomeno della criminalità organizzata. A tal proposito, merita di essere ricordata la figura dell’On. Giuseppe Alberto Pugliese: il coraggioso e onesto avvocato e giurista originario di Toritto, il quale, proprio nel 1891, presentò al Governo centrale una interpellanza parlamentare in cui denunciava l’annoso problema sociale che stava attanagliando l’intera provincia di Bari, mettendo in luce il malaffare e la corruzione dilagante nelle carceri di Bari, che costituivano terreno fertile per creare alleanze e affiliazioni in seno alla malavita, propaggine dell’antica camorra napoletana. Difatti, tale piaga si era annidata nelle carceri del Castello Svevo dopo l’Unità d’Italia, quando molti camorristi, provenienti dalla Campania e da altre regioni del Meridione, fecero proseliti tra i carcerati baresi. 

Appendice

Il complesso lavoro di ricerca storica è impreziosito da due prestigiose collaborazioni. La prima è il contributo dedicato al teatro popolare, a firma di Paolo Comentale, noto scrittore e marionettista pugliese. Attraverso le sue vivide parole, si accede al variegato microcosmo dell’Opera dei Pupi e delle marionette: cantastorie, pupari e burattinai riescono a conferire “dignità letteraria” alla rappresentazione dei fatti e dei misfatti che costellano la vita quotidiana, dando forma e spessore a quella brulicante schiera di personaggi di infimo ordine (borseggiatori, cambiavalute, prostitute, mendicanti), astraendoli nella messinscena dell’infinita lotta tra il bene e il male.

La seconda collaborazione è il contributo di Fabio Tassinari, maestro d’orchestra etnomusicologo e Comandante della Fanfara a Cavallo dei Carabinieri di Roma, che indaga gli archetipi della musica criminale. Un dettagliato excursus – sospeso tra storia, antropologia e costume sociale – in cui si dipana il percorso che ha portato, insieme al maestro Antonio Moretti, anch’egli Carabiniere, alla trasposizione musicale della Canzone di Amelia la Disgraziata, scritta nel 1901 su un fazzoletto di cotone dal capo camorrista barese Mauro Savino. Uno straordinario e inedito reperto storico-giudiziario, questo “pizzino di camorra”, scoperto nell’Archivio di Stato di Bari da Stefano de Carolis, ad oggi è ritenuto l’esemplare più antico al mondo.

Di pari interesse e pregio, infine, appare l’appendice: oltre alle “lettere dal carcere” scritte dagli affiliati e ad un elenco degli alias con cui erano noti, viene stilato un “glossario della camorra barese”, composta da decine di lemmi, estrapolati dagli atti giudiziari, che si iscrivono in quel gergo (o “lèngua sdrèuse”) utilizzato dalla malavita barese tra Otto e Novecento.

 Sulla quarta di copertina il libro contiene un QRcode con un emblematico brano musicale “La Canzone di Amelia la disgraziata”, (Bari 1901), testo vergato sul pizzino di camorra più antico al mondo. Le Musiche sono state composte nel 2019 dal Lgt.cc F.Tassinari e il Brig. A.Moretti, rispettivamente comandante e addetto alla fanfara a cavallo dei cc di Roma.

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