Tra Politica e Identità

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Il passo a sinistra del PD porta ad una scelta precisa sul futuro politico di questo partito. Il passo non è più a sinistra, ma è verso una direzione più liberale, pensano loro, ma di fatto più libertina. Il riconoscimento di genere, oppure le famiglie allargate, il senso di essere queer (eccentrico), le conquiste lessicali come lo shwaili, avrebbero la pretesa di migliorare la società attuale. Rendendola più aperta.

La differenza con le società aperte pregresse sta nella medicina… nell’antica Grecia, o nella Persia di Alessandro Magno esisteva la libertà sessuale, non esisteva l’identità sessuale. Era tutto promiscuo. Oggi a determinare l’identità sessuale vi è la chirurgia (medicina) che cozza con la biologia (lo si è visto anche in tempo di COVID). La chirurgia permette il cambio d’identità, la burocrazia aiuta a rafforzare l’identità. Ma biologicamente non si può mai passare da una parte all’altra sessualmente. Le origini biologiche sono le vere identità. Un valore ematico, di un uomo che si sente donna, o si sente fluido, sarà sempre il valore ematico di un uomo. Ben diverso dallo stesso valore di una donna.

Questa società, già comoda per l’uso diffuso della tecnologia, è una società più debole, rispetto a quelle pregresse, perché pretende di educare le generazioni future sulla base che l’identificazione fluida di genere non deve essere un problema. Di fatto condanna il giovane, inconsapevolmente, ad avere il problema. Aiutandolo a non scegliere l’identità sessuale, lo si condanna a non decidere mai in società, a non assumere posizione, a non lottare, a non votare, al suicidio più frequente…

Quando si dice che destra e sinistra non esistono più, oppure non è più l’epoca delle idee. Questo è vero. Ma facendoci caso, gli schieramenti opposti si sono ridotti ad una battaglia politica tutta identitaria. A destra si punta all’identità comunitaria, geografica, nazionale, sociale. A sinistra ci si batte per una identità anagrafica, sessuale, societaria.

È una deriva. Per dirla con Spengler, la morte di una civiltà porta alla nascita di una nuova. 

Ma la civiltà attuale siamo sicuri che sia nascente? 

È una deriva se si ha la condizione di essere governati da un parlamento europeo che ci vuole piatti, uguali, educati verso questa visione culturale eccentrica, per nulla identitaria. L’identità è tradizione, è storia, è peculiarità. A Bruxelles, nelle sale di ingresso del Parlamento europeo è in atto una mostra d’arte, che ha per oggetto la cultura fluida. Ma un paese come il nostro, culla di arte da sempre, non può ricevere insegnamenti generici di questo tipo. L’Italia è forse il paese che nella storia europea ha esportato di più la cultura, e non solo. Chi conosce il nostro paese sa bene cosa ha significato il Rinascimento italiano. Che peso specifico ha il nostro bagaglio. Spingendoci un po’ oltre, attraverso i romani, abbiamo insegnato al mondo. E per chi non abbia idea che il nostro paese possa esportare ancora. Se si vuole rimanere incuriositi dall’arte, basta scoprire il livello creativo di artisti come Jago e Roberto Ferri (tarantino). Ma se si pensa all’Italia come modello di esportazione, non si può non rivalutare il Made in Italy, contro la politica dei forni a legna cancerogeni, o il vino declassato a mera forma alcolica, o all’olio nostrano, di cui Bitonto è un vessillo molto importante, surclassato da olio spagnolo o turco, per via di improbabili politiche UE che non puntano a valorizzare le identità produttive. Ma si limitano ad educare il prossimo verso identità di genere. Perché con queste politiche la genericità che fa da padrona, non è solo sessuale, ma è principalmente improduttiva. 

A questo punto, qual’è il senso dell’Unione Europea? Educare il prossimo verso un peggior avvenire. 

 

Giuseppe Romito

 

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