Il diritto di critica vale anche per gli intoccabili giudici

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Il Tribunale di Roma il 9 gennaio scorso si è pronunciato sul caso della querela ingiunta nei confronti del quotidiano “Il Foglio” reo di aver pubblicato un articolo a firma di Giuliano Ferrara, naturalmente con l’avvallo del direttore del Foglio, Claudio Cerasa.

 

Udite, udite, il Tribunale di Roma, contro ogni pronostico favorevole, ha cassato la querela stigmatizzando che il diritto di critica si differenzia dal diritto di cronaca poiché non si concretizza nella narrazione di fatti ma nell’espressione di un’opinione, “che come tale non può pretendersi rigorosamente obbiettiva, posto che la critica, per sua natura, non può che essere fondata su una interpretazione, necessariamente soggettiva, di fatti e comportamenti”.

 

La sentenza è diventata virale e non è la prima volta che i Giudici  emettano sentenze contro i colleghi affermando che se è vero che le sentenze si devono osservare, impugnare e commentare è altrettanto vero che il diritto di critica (non di cronaca) è sacrosanto semprechè si resti nell’alveo della civica resistenza culturale: i magistrati si possono criticare.

 

Le critiche rivolte da Il Foglio e poi oggetto di querela sono quelle che hanno riguardato i due magistrati  della Corte di Cassazione, Antonio Esposito e Claudio d’Isa, che avevano parlato di “brutale attacco” dopo un articolo di Giuliano Ferrara del 30 giugno 2020, intitolato “Le porcherie rimosse contro Berlusconi”. Il camaleontico Giuliano Ferrara (che non le manda a dire)  scrisse che:”  sette anni dopo il verdetto definitivo per frode fiscale contro il Cav., sette anni dopo la sentenza Esposito, dal nome del presidente del collegio giudicante della sezione feriale, sette anni dopo la sentenza in conseguenza della quale Berlusconi fu cacciato dal Senato della Repubblica, un relatore di quella sentenza, il compianto giudice Amedeo Franco, ammise, in una conversazione registrata mentre parlava con Berlusconi, che quel verdetto fu da lui giudicato “una porcheria”. 

 

Poco tempo dopo quell’articolo, i magistrati che si sono sentiti chiamati in causa hanno scelto di citare in giudizio questo giornale […] e secondo i due magistrati attori, il Pres. Dott. Antonio Esposito e il Cons. Dott. Claudio D’Isa, quello del Foglio sarebbe stato, aperte virgolette, “un brutale e volgare attacco portato violentemente nei confronti sia, in primo luogo, del Presidente Esposito sia del Cons. D’Isa”

 

A distanza di due anni circa è arrivata la sentenza che ha dato ragione a Il Foglio e Giuliano Ferrara, fermi pero! Questa è una sentenza che non riguarda il Il Foglio in quanto imputato chiamato in causa, qui il vero imputato è il DIRITTO DI CRITICA, che non è solo appannaggio dei giornalisti ma anche della gente comune che senza sporcarsi le mani critica anche aspramente sentenze che in effetti sono solo “porcherie”. Il diritto di cronaca è un DIRITTO, dunque per l’appunto, è quello di non considerare i magistrati come delle entità intoccabili e non criticabili. In sintesi estrema: sì, cari magistrati, care vestali del diritto, le sentenze si possono commentare. La storia è questa.

 

I giudici di Roma che hanno reso giustizia al diritto di critica hanno semplicemente spiegato ai loro colleghi (per di più giudici di Cassazione) il principio sancito dall’art.21 della Costituzione il quale sancisce che il diritto di critica, nelle sue più varie articolazioni costituisce espressione della libertà di manifestazione del pensiero. La critica, “può esprimersi, legittimamente, anche in forma di aperto dissenso, purché non evada dal campo della diffamazione”, e questo vale, scrive il tribunale, anche per quanto riguarda “il diritto di critica dei provvedimenti giudiziari e dei comportamenti dei magistrati”.

 

Non si può criticare ed essere diplomatici nello stesso tempo (Ezra Pound)

 

Franco Marella

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