Cattura di Messina Denaro: per lo psichiatra Pace “tramonto di un mito adolescenziale negativo”

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Noto negli ambienti mafiosi come “U Siccu” e anche come “Diabolik”, Matteo Messina Denaro era semplicemente “Iddu” per molti concittadini.

«E per tanti adolescenti era un mito», racconta all’agenzia Dire Paolo Pace, neuropsichiatra infantile, responsabile dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza di Castelvetrano, il paese di Messina Denaro.

«Iddu significa ‘signore, l’innominabile’. Qui il mito di Mattia Messina Denaro lo abbiamo vissuto perché è stato un’autorità a livello psicologico. Potente e invisibile, imprendibile fino all’altro ieri, il boss ha saputo tramandare un’immagine di grande uomo di potere criminale e patrimoniale. Lui era il deus ex machina e la sua figura echeggiava nei discorsi di molti adolescenti che incontravamo in ambulatorio», spiega Pace. Il medico ha intercettato tra i giovani un vero «senso di ammirazione e venerazione per Messina Denaro: sono comparsi tanti murales nella città che inneggiavano alla sua immagine, subito cancellati. Disegni che rappresentavano il fascino del boss e intercettavano il delirio di onnipotenza degli adolescenti. Possiamo dire che una certa cultura giovanile si è impregnata di questo mito». Il boss si nascondeva a poca distanza dai luoghi in cui era nato e vissuto, prima della latitanza trentennale. A 7 chilometri da Castelvetrano, a Campobello di Mazara, hanno trovato  il secondo covo.

«La sua base operativa era in pieno centro. Ragione e buonsenso dimostrano che non si può stare trent’anni nascosti senza la copertura della società- sottolinea il neuropsichiatra- lo dimostra il selfie che si è fatto in ospedale, dove lui è molto sorridente. Una gentilezza che caratterizza il suo fascino e si manifesta in un grande garbo e rispetto delle forme. Ma è tipico dei boss di un certo livello essere uomini molto garbati, anche se solo in apparenza». In quella zona, nella Sicilia Occidentale Matteo Messina Denaro è stato «un leader – conferma il neuropsichiatra– ma la storia racconta che il padre era la vera anima mafiosa dei Messina Denaro, lui ne ha preso ‘degnamente’ l’eredità globalizzando la mafia a livello internazionale». 

La lunga latitanza, e anche la connivenza di una parte della società con Messina Denaro non autorizzano generalizzazioni: «A Castelvetrano e a Campobello di Mazara c’è un ambiente variegato, ci sono sacche di grande deprivazione socioculturale, ma anche tante eccellenze», spiega ancora Paolo Pace, neuropsichiatra infantile di Castelvetrano. Ma che Sicilia è quella che ha protetto Messina Denaro, o semplicemente ha fatto finta di non vedere?

«Per trent’anni, però, un uomo può farsi latitante e poi essere scoperto come una persona qualunque, che va ad operarsi a Marsala per poi fare i controlli chemioterapici a Palermo solo se c’è una zona grigia di connivenza con la cittadinanza. Nella società siciliana c’è un’antisocietà che è impregnata da un feudalesimo culturale dove la frase d’ordine è ‘Chi mi dà da mangiare è mio padre’. Questa espressione, tipica siciliana, fa capire un po’ il senso della sudditanza del cittadino nei confronti dell’autorità, che in questo caso si veste di mafia. Può esserci una consapevolezza- ma queste autorità ti prendono al laccio e rispondono a un bisogno rispetto al quale le persone non sempre hanno gli strumenti per emanciparsi. Su questo humus si innesta il mito”. Ora che Messina Denaro è stato catturato il mito inizierà a sbiadire per poi fantumarsi? “In queste ore lui fa lo sbruffone, si definisce ‘incensurato’, a conferma di un atteggiamento del tipo ‘Non devo cedere mai’. Ma ormai è stato sconfitto dalla forma più alta di democrazia, che è il tumore. Una considerazione molto amara, ma realistica. Qui decadono tutti i deliri di onnipotenza»

 Possiamo dire, con una provocazione, che lascerà un vuoto nelle giovani generazioni siciliane? «Tutto rientra in quello che Recalcati chiama ‘società di evanescenza del padre’. È caduto un altro padre, paradossalmente più autoritario e più autorevole. I ragazzi- ricorda il neuropsichiatra Paolo Pace– hanno bisogno di padri quando c’è da definire il limite e il loro stare al mondo. Se non c’è il limite c’è la perversione che può essere criminale. Che sia bene o che sia male lui esprimeva un punto di riferimento. Per molti ragazzi, soprattutto adolescenti, vale la regola ‘Dammi un’identità purché sia un’identità’. Essere senza identità significa stare nell’angoscia e nell’ansia perenne. Molti giovani in certe fasce sociali si son affidati a questo ambire ad essere come lui».

Per fortuna c’è un’altra Sicilia, largamente maggioritaria. Per testimoniarne la presenza e la forza, Pace fa una proposta: «Lo Stato deve essere presente ma non in senso patriarcale. L’economia deve essere funzionale ai bisogni delle persone, deve esserci più una cosa pubblica che una cosa nostra. Sarebbe bello se venisse intitolata una scuola di Campobello a Nadia Nencion.

La bambina fu uccisa a 9 anni la notte del 26 maggio 1993, nella strage di via dei Georgofili. I Ros le hanno dedicato l’operazione che ha portato alla cattura di Messina Denaro, con il titolo di una sua poesia: ‘Tramonto’. Tramonto di un boss e di un mito negativo.

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