Casili: occorre coordinare la progettazione degli impianti rinnovabili di grossa taglia con la tutela del paesaggio

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«Il dibattito aperto sugli impianti rinnovabili di grossa taglia è meritevole per l’interesse che pone ai territori, come quello pugliese, tuttavia auspico che si traduca in azioni concrete e strutturali da integrare in una programmazione di lungo periodo, capace di bilanciare interessi contrapposti e di assicurare l’attuazione della corposa normativa già predisposta a tutela dell’ambiente e del paesaggio. In particolare, la proposta di porre un vincolo nelle aree rurali può rappresentare una soluzione valida, ma non appare sufficientemente chiara nei termini in cui è stata posta. Il vero problema è quello di riordinare, aggiornare e attuare la consistente mole di atti di pianificazione e programmazione, norme, indirizzi, criteri, raccomandazioni e linee guida che disciplinano la  progettazione e localizzazione degli impianti energetici da fonti rinnovabili, coordinandole con le disposizioni esistenti volte a contrastare il consumo di suolo e l’abbandono delle aree agricole. Questi due fattori inevitabilmente incidono sulla diffusione di impianti rinnovabili nelle campagne, i cui proprietari finiscono per ritenere più vantaggioso sottoscrivere contratti di affitto di lunga durata invece di destinare i terreni all’attività agricola. Eppure, leggi che sarebbero in grado di intervenire alla base del problema, come quella sulla Banca della Terra volta a disincentivare l’abbandono delle campagne e favorire il recupero delle aree agricole, restano ancora oggi disattese dai comuni. Inoltre, l’impatto che la diffusione del batterio Xylella ha avuto sull’abbandono delle campagne rende impellente l’attuazione di interventi volti al recupero paesaggistico e agricolo, contrastando l’insediamento di mega impianti che toglierebbero ulteriore suolo alla riforestazione e alle attività agricole». 

Lo dichiara il vicepresidente del consiglio regionale Cristian Casili

«La Regione Puglia – continua Casili – proprio per il grande processo di trasformazione del territorio che ha subito in seguito all’apertura alla diffusione delle FER, ha definito negli anni una corposa disciplina a tutela del territorio, a cominciare dal PPTR. Proprio il Piano Paesaggistico individua tra gli obiettivi specifici la necessità di progettare il passaggio dai ‘campi alle officine’, favorendo la concentrazione degli impianti FER in aree produttive o prossime ad esse, disincentivandone la localizzazione nei paesaggi rurali. È qui che bisogna intervenire, attraverso una programmazione in grado di governare questo processo che diversamente rischia di divenire inarrestabile. Occorre limitare la diffusione dei grandi impianti in aree già urbanizzate, degradate o dismesse; preservare gli usi produttivi del suolo, promuovere le energie da autoconsumo nelle città e negli edifici rurali, sulle coperture di abitazioni, parcheggi, edifici commerciali. 

Tuttavia tardano ad arrivare i decreti ministeriali contenenti i principi e i criteri per l’individuazione delle aree idonee per l’installazione di impianti FER e, nelle more, il cd. Decreto Aiuti ha addirittura esteso le aree idonee includendo quelle che non sono interessate dalla presenza di beni sottoposti a tutela ai sensi del Codice dei Beni Culturali e che non rientrano nella ‘fascia di rispetto’ dei beni tutelati. Tali previsioni transitorie e i ritardi nell’emanazione dei decreti ministeriali, rischiano di creare confusione rispetto alle previsioni del Regolamento regionale 24/2010 recante l’individuazione di aree e siti non idonei alla installazione di impianti FER, che resta in vigore, e del PPTR. Per questo, è importante attivarsi a tutti i livelli istituzionali per definire dei criteri chiari. 

Infine, abbiamo sempre sostenuto la diffusione, in via prioritaria, di un modello di generazione distribuito dell’energia da fonte rinnovabile, la cui caratteristica tipica è la localizzazione della produzione in prossimità dell’utente finale».

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