MA CHE SUCCEDE ALLE PENSIONI?

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FEDER.S.P. e V., CONFEDIR e APS-Leonida sono associazioni che rappresentano i percettori di trattamenti pensionistici definiti alti e medi. 

Le associazioni hanno sviluppato una analisi, in relazione alle pensioni, di quanto descritto nella Finanziaria 2023. Ai loro dati ci riferiamo in questo articolo. 

La conclusione della analisi, in sintesi, sostiene il Governo attuale, abbia perseguito la stessa politica dei governi precedenti: il sistema pensionistico funge da “bancomat” per lo Stato. 

Inoltre, qui tralasciamo lo scempio perpetrato nei confronti del sistema pensionistico nazionale nei decenni e negli anni appena trascorsi. Si suol dire, però, che tutti i nodi vengono al pettine: basti pensare alla demenziale legge sulle baby pensioni. 

Osserviamo, specificatamente, il disegno di legge finanziaria 2023 a meno di messe a punto delle ultime ore.

Intanto, ricordiamo che la legge 388/2000 individua in tre scaglioni la percentuale di rivalutazione delle pensioni per adeguare il loro potere d’acquisto all’incremento del costo della vita (cioè 100%, 90%, 75%).

Cosa prevede, invece, la finanziaria? Guardiamo la tabella:

Si nota subito che lo scaglione al tasso del 100%, quello “privilegiato” delle pensioni appena sufficienti ad un regime a mala pena decente dopo una vita di lavoro, acquisisce solo il 7,3% che niente ha a che fare con una inflazione all’11%: significa che questa fascia di pensionati ha, comunque, perso il proprio originario potere d’acquisto.

Questa perdita, ovviamente, è più significativa quando si osservano gli scaglioni di trattamento pensionistico più elevato. 

Qualche propugnatore della teoria dell’“uno uguale uno” potrebbe sorridere beato, strofinarsi le mani ma volere di più per “punire” quei mascalzoni percettori di pensioni alte.

A questi rispondiamo che non si vuole disquisire su temi di “giustizia sociale” che sono fuorvianti, non attinenti al tema, ma che lasciano, tuttavia, l’amaro in bocca per le numerose e acclarate ingiustizie del mondo del lavoro. Infatti, il trattamento pensionistico non è che la fase finale, l’effetto, di una vita di lavoro: quindi non va criminalizzato perché è figlio del trattamento retributivo del periodo lavorativo. 

Se, in quel periodo, sono stati elargiti importi che non erano aderenti ai reali benefici delle attività svolte (molto bassi, spessissimo, per i diseredati; molto alti, spesso, per raccomandati, favoriti e privilegiati), vuol dire che l’area della disputa è altra.

Basti pensare a quelle situazioni di più di una pensione – che capitano spesso nei percettori di reddito della Pubblica Amministrazione – che, ovviamente, corrispondono a più di una retribuzione (più di un incarico) come se in 8 ore lavorative ci fosse la capienza di più giorni lavorativi. 

Qui, quello che interessa, è il puro riconoscimento aritmetico di una rivalutazione dei trattamenti pensionistici che, di anno in anno, perdono il loro potere d’acquisto senza poterlo più recuperare. 

È un processo sinistroide di “appiattimento” generalizzato che non tiene conto di quanto il lavoratore abbia conquistato per proprio merito. E, se qualcuno dovesse sostenere che raramente il merito c’entra, vuol dire che bisogna “metter mano” in termini di Morale ed Etica, non certo sulle pensioni: sarebbe sbagliato, anche qui, il luogo e il tempo del contendere.

Ma vediamo i numeri di tabella:

nelle prime due fasce (100% e 80%) ritroviamo ben 13.511.066 pensionati; nelle fasce successive solo 2.587.682 (dati INPS). I percettori di una pensione superiore a € 3.000 sono 846.358 che non sembra proprio una folla!

L’errore sistemico è che, se si perseguono i pochissimi “ricchi” (quelli veramente ricchi sono unità e sono all’estero), allora si mette a posto la finanza pubblica. 

Se questa filosofia non è “roba da bar”, poco ci manca. 

Certo, la situazione finanziaria italiana – a fronte di un debito pubblico (Mazziero Research) di € 2.771 mld a ottobre 2022 e di un previsto di € 2,861 mld a giugno 2023; e a fronte di una spesa pubblica di oltre € 1.000 mld – non appare per niente rosea. 

Quali sarebbero, però, i risparmi ottenuti dall’articolo 58 (trattamenti pensionistici) secondo la “Relazione tecnica” della Finanziaria 2023? 

Ebbene € 2,1 mld (2023); € 4 mld (2024); € 3,953 mld (2025) per un totale di € 10,053 mld nel triennio. 

Ma non è tutto: la tabella della Relazione prosegue fino al 2032, con un risparmio medio annuo di quasi € 4.000 e un risparmio totale di € 26,633 mld.

Il sistema pensionistico si impoverisce di € (26,633 + 10,053) = € 36,686 in 10 anni: briciole rispetto a quanto varrà una finanziaria nel 2032!

È stato già deciso che lo “scippo” avrà durata decennale? 

Davvero? E dopo?

Dopo, è bene ricordarci della strenua guerra alla evasione fiscale promossa da decenni da tutti i governi: “paghiamo tutti per pagare meno”. 

Mai successo niente: nonostante i successi dichiarati, gli importi evasi sono sempre gli stessi, l’evasione è sempre un bell’alibi, il popolo italiano sempre più soffocato dal fisco. 

Intanto, come giustifica il Governo la demente operazione, il citato scippo, di stampo draghiano, sul sistema previdenziale?

Esso dice che i risparmi ottenuti con lo “scippo” servono per coprire i costi legati a “quota 103”, “APE sociale” e “Opzione Donna”. 

Ipocrisia totale perché, nel primo triennio, con un risparmio di € 10,053 mld sulle pensioni, le tre tematiche citate valgono appena € 3,4 mld.

E, poi, come è mai possibile che da una spesa pubblica di oltre € 1.000 mld non si riesca a trovare € 3,4 mld ed è necessario rivolgersi ai pensionati? 

Abbiamo una spesa pubblica stratosferica, senza tener conto delle voragini finanziarie della PAL (Pubblica Amministrazione Locale), di Enti Statali e Parastatali, di Aziende a partecipazione pubblica. Non sarà quello il problema?

Ma questi nostri politici quante spese incomprimibili hanno nel cassetto? 

Ma può lo Stato sequestrare “retribuzioni differite” (così la Corte costituzionale ha definito più volte le pensioni rinvenienti assistite da contributi previdenziali versati) con tale disinvoltura?

La verità è che non si governa a cominciare dalla fine, dagli effetti, dai diritti acquisiti: dalle pensioni. 

Bisogna cominciare dall’inizio, dalle cause, dalle impostazioni sociopolitiche.

Infatti, la verità è che la spesa pubblica va totalmente rivista: la politica e la burocrazia, ormai tutt’uno vanno snellite; bonus e assistenze vanno rivisti e sostituiti da una pianificazione di crescita economica; le dispersioni vanno eliminate, non come è successo in Sanità dove i cosiddetti “risparmi” si sono tradotti in riduzioni di servizi e di personale mentre gli sprechi non sonio stati toccati; le innumerevoli aziende a partecipazione pubblica vanno gestite da imprese e non da distributori di prebende a favore di amici elettori; l’organizzazione pubblica deve essere snellita e res efficace oltre che efficiente. E così via. 

Il problema è che il popolo è distratto perché non ha ancora capito che è l’unico e ultimo pagatore: quindi deve stare attento a come si spendono i propri soldi.

Siamo sempre alle solite: un popolo parsimonioso gestito da uno Stato (fatto di politica e burocrazia; amministratori, pseudo intellighentia, raccomandati, amici, parenti e privilegiati) avido e scialacquatore. 

Siamo sempre alle solite: Morale ed Etica sono in esilio. Dobbiamo farle rientrare per mandare a casa scalatori sociali che ti guardano altezzosi, dall’alto in basso, tronfi, solo perché gestiscono, allegri, una borsa di soldi non loro. 

L’Italia ha bisogno di gente che faccia politica NON per “passione”, che significa culto delle relazioni; NON per “professione”, che significa costruire una carriera per sé; Ma perché ha da proporre un progetto per il Paese di crescita economica e sviluppo sociale. 

L’Italia ha bisogno di gente che si interessi di Burocrazia, con la consapevolezza di servire il cittadino con efficacia ed efficienza organizzativa e con la professionalità libera da condizionamenti politichesi e favoritismi illeciti ed illegittimi. 

Controllare: questo dovrebbe essere l’obiettivo primario del Cittadino; lo è sicuramente del Pensionato. 

Il percorso verso una età media più elevata della Comunità Italiana (nel 2022 ha già toccato 46,2 anni!) rende l’obiettivo più che urgente: molti percettori, pochi contributori.

Non è più possibile adottare la politica delle “brache in mano” che è abituata a mettere pezze e a maggiori costi: è necessaria una rivoluzione copernicana intellettuale della architettura generale dello Stato a cominciare dal Debito Pubblico, da un Disegno prospettico, da un Piano industriale, da Politiche del Lavoro etc. 

Se mettere mano alle pensioni secondo i criteri dello “scippo” potrebbe oggi essere sopportato per le tragiche condizioni del Paese, non potrà più tollerato per il futuro. 

Debbono essere rimandate al mittente le campagne di stampa generalizzate che criminalizzano pensioni definite “alte” come se fossero illegittime; deve essere riconosciuto che pensioni superiori a soli € 2.627 subiscono aggravi economici (tassa occulta) per non avere diritto a prestazioni socio/fiscali in relazione al reddito; deve essere riconosciuto che qualche osannato “statista” e qualche governo populista debba essere rivalutato per una politica demenziale del sistema previdenziale dei trascorsi decenni. 

È opportuno darsi da fare per verificare quotidianamente che chi ha ricevuto il mandato di governare e amministrare lo faccia per il Paese.

Antonio Vox – Presidente “Sistema Paese” – Economia Reale & Società Civile

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