Eutanasia, Medici Cattolici: «serve umanesimo della cura»

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Dopo il referendum sull’eutanasia dichiarato inammissibile dalla consulta nel febbraio scorso è stato avviato l’iter parlamentare della proposta di legge “disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita”, approvata lo scorso 11 marzo alla Camera e attesa al vaglio del Senato.

Tra le varie iniziative finalizzate a sensibilizzare l’opinione pubblica, i medici cattolici, insieme ad altre associazioni socio-sanitarie e di professionisti, promuove manifestazioni, momenti di discussione e convegni, con l’intento di porre in rilievo la centralità della vita e risvegliarne nelle coscienze il valore.

In questo contesto si inserisce il convegno “Contro l’eutanasia per non rinunciare ad amare: dal diritto di vita al dovere di cura” che si tiene oggi, alle 18, al Palazzo Gallone a Tricase, promosso dall’Associazione Medici Cattolici Italiani, Federazione Europea delle Associazioni dei Medici Cattolici, Centro studi Rosario Livatino, Società Italiana di Bioetica e dei comitati etici, associazioni che aderiscono alla Pubblica Agenda “Ditelo sui Tetti”, con la collaborazione della “Pia Fondazione e Azienda Ospedaliera Card. G. Panico” di Tricase e della diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca.

Il presidente Angelo Zenzola, neurologo presso l’ospedale Panico di Tricase, e presidente A.M.C.I. afferma: «Il rimedio e forse la soluzione alla deriva eutanasica, che sembra un frettoloso ed economico atto di porre fine ad una problematica complessa, è ben rappresentata dalla strutturazione di un’assistenza sanitaria, che mette in opera diverse competenze sanitarie allo scopo di essere prossimi, accompagnare e medicalizzare con professionalità e dedizione le sofferenze del fine vita. Si tratta dell’umanizzazione delle cure che si realizza con competenze terapeutiche e assistenziali di medici, infermieri, psicologi e anche assistenti spirituali, all’interno di alcune strutture sanitarie come gli Hospice», «se diffusi in maniera capillare su tutto il territorio e in tutti i distretti sanitari, sarebbero una strada percorribile per risolvere la complessità del fine vita e per dare sollievo in quelle condizioni di sofferenza ritenute non sopportabili. L’applicazione di terapie adeguate alla sostenibilità del dolore e della sofferenza psico-fisica, insieme alla prossimità da parte di tutte le figure sanitarie nei confronti della persona sofferente e dei suoi familiari, permette di vivere con dignità il fine vita e di ridare significati positivi a condizioni di sofferenza, che potrebbero portare a quello sconforto che a sua volta apre la porta al desiderio di interrompere la sofferenza stessa, ponendo fine alla propria esistenza. La solitudine, la condizione di fragilità e l’assenza di speranza che conducono alla depressione sono infatti tra gli elementi da combattere con impegno e tenacia, per evitare la volontà eutanasica, che annulla il valore della vita e della dignità umana. Sorge anche l’interrogativo di come possa una persona afflitta da una malattia psichica grave e da una forma di depressione terrificante essere lucida al punto di poter scegliere liberamente di darsi la morte. In ogni caso la morte, al contrario della vita, è sempre e comunque una sconfitta e non una vittoria, una ‘sconfitta’ per chi, ‘costretto a chiederla’ la subisce, per la Scienza che non è riuscita a fornire tutti quei presidi terapeutici tali da non permettere di giungere a tale richiesta, per la Società che non è stata in grado di assicurare tutte quelle misure assistenziali ed economiche che spesso giustificano tale domanda e infine per la Famiglia che forse non è stata in grado di far sentire il proprio calore affettivo e l’importanza che quella persona per lei rappresentava. È quindi l’impegno di tutti, professionisti, sistema sanitario, scienza, familiari e di qualsiasi altro supporto, che riuscirebbe a dare valore ad ogni vita anche in condizioni di estrema sofferenza psico-fisica, per prevenire un atto francamente disumanizzante quale è quello della volontà eutanasica. Non è inoltre pensabile che un medico, contro tutto ciò che rappresenta la sua professione e contro lo stesso giuramento di Ippocrate, possa provocare la morte, interrompendo la sua finalità di curare sempre».

«E’ chiaro quindi come alla scorciatoia del suicidio medicalmente assistito esistono valide alternative da percorrere che, anche se impegnative, possono portare a scegliere altre strade rispetto a un atto che può essere definito ‘disumano ragionevole’ e attuato per pietà; una falsa pietà che può trovare soluzione nell’impegno di assistenza, ascolto, accompagnamento, affetto, abbraccio della persona sofferente, arrivando a dare dignità anche ad una vita apparentemente non degna ma pur sempre degna di essere vissuta fino in fondo, se messa in condizioni di adeguata prossimità, assistenza e umanità. L’intera problematica del fine vita con tutti i suoi aspetti umani, personali e familiari, etici e giuridici, politici e legislativi, rappresenta quindi un’opportunità di dialogo, di confronto e di perfezionamento assistenziale per portare alla proposta di una ‘eubiosia’ (contrario di eutanasia), cioè buona vita. Questa rappresenta una vera sfida per un rinnovato umanesimo della cura».

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